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Robert Powell al Premio Franco Zeffirelli


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Nel Salone dei 500 di Firenze, Robert Powell racconta il Premio Franco Zeffirelli tra memoria, arte e spiritualità, in una serata di pura eccellenza.

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Emozione e memoria nel Salone dei 500

Firenze non è solo una città, è un palcoscenico naturale dove l’arte continua a dialogare con il presente. Nel maestoso Salone dei 500, cuore pulsante della storia fiorentina, si è svolto il Premio Franco Zeffirelli, dedicato all’eccellenza nelle arti dello spettacolo. Una serata intensa, solenne e profondamente evocativa.

Tra gli ospiti più attesi, Robert Powell, volto indimenticabile del Gesù di Nazareth diretto proprio da Zeffirelli, ha raccontato con eleganza e misura il significato di questo riconoscimento. Il suo sguardo, ancora oggi carico di quella profondità che ha segnato generazioni di spettatori, si è acceso parlando di Firenze e del regista che ha lasciato un’impronta indelebile nel cinema e nel teatro internazionale.

L’attore ha definito l’evento un grande successo, una serata vissuta con autentico piacere. Tuttavia, dietro la semplicità delle sue parole si percepiva qualcosa di più: il senso di appartenenza a una storia artistica che continua a vivere.

Robert Powell e il legame con Firenze

Nel parlare della città, Powell non ha esitato. Il suo primo ricordo è legato all’Arno, scoperto da giovanissimo, quando arrivò a Firenze come studente. Un’immagine che ritorna come una fotografia impressa nella memoria.

Firenze, per lui, non è soltanto arte e architettura. È un luogo di formazione interiore, uno spazio dove il passato dialoga con la sensibilità personale. Inoltre, l’atmosfera del Salone dei 500 ha amplificato il valore simbolico del Premio Franco Zeffirelli, rendendo la serata ancora più intensa.

In quel contesto, la presenza di Powell assumeva un significato particolare: era come se il cerchio si chiudesse, riportando nella città toscana uno dei protagonisti più iconici dell’opera zeffirelliana.

L’eredità di Franco Zeffirelli

Il ruolo di Gesù e la forza del silenzio

Parlando del ruolo che lo ha consacrato nella storia della televisione mondiale, Powell ha offerto una riflessione sorprendente sulla preparazione di Gesù di Nazareth. Ha raccontato di aver letto tutto ciò che poteva, pur consapevole che nei Vangeli non esistono indicazioni precise sulla personalità di Gesù.

È proprio in questa assenza che ha trovato la chiave interpretativa. Ha scelto di sottrarre, di lasciare spazio al silenzio, permettendo al pubblico di proiettare la propria visione. Una scelta artistica raffinata, che dimostra quanto il talento risieda anche nella capacità di non sovraccaricare il personaggio.

Nel frattempo, ha sottolineato quanto sia fondamentale lavorare accanto a grandi attori. Quando il livello del cast è alto, ha spiegato, ci si eleva a vicenda. L’arte diventa dialogo, influenza reciproca, crescita condivisa.

Infine, il ricordo più caro legato a Franco Zeffirelli non è stato un set cinematografico, ma Positano. Un momento familiare, vissuto con la moglie e i figli. Un’immagine privata che restituisce la dimensione più intima del regista, lontano dai riflettori ma profondamente umano.

In quella sala, dedicata alla grandezza artistica, si percepiva chiaramente che il Premio Franco Zeffirelli non è soltanto un riconoscimento. È un ponte tra memoria e futuro, tra tradizione e nuove generazioni di interpreti.

La serata fiorentina ha dimostrato che l’eredità culturale italiana continua a essere un riferimento internazionale. E la presenza di Robert Powell ne è stata la prova più emozionante.

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