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MORBOSA
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Mettere le parole in bocca ai morti


Mettere le parole in bocca ai morti
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C'è una casa, a Cogne. Una villetta di legno e pietra, in una frazione che si chiama Montroz. È la mattina del 30 gennaio 2002. Dentro c'è un bambino di tre anni, si chiama Samuele. Fuori c'è la neve.

Quello che succede in quella casa, in quei pochi minuti, lo sa con certezza una sola persona. Forse.

Eppure noi l'abbiamo visto. L'abbiamo visto mille volte. Ricostruito, raccontato, rimontato. Su un plastico in uno studio televisivo, con le stanze in miniatura e le freccette che indicano dove stava il letto. Nelle voci degli esperti che spiegavano cosa aveva pensato la madre, cosa aveva provato, cosa aveva nascosto. Nei talk show della sera, nei programmi del pomeriggio.

Abbiamo visto una storia. Non abbiamo mai visto quello che è successo davvero. E c'è una differenza enorme tra le due cose... una differenza che da anni facciamo finta di non vedere.


Facciamo un salto in avanti. 2024.

Una piattaforma di streaming annuncia una serie su un altro caso, uno di quelli che l'Italia non ha mai dimenticato: la morte di Sarah Scazzi, quindici anni, ad Avetrana. Il comune chiede al tribunale di bloccarla. Il tribunale di Taranto, per qualche giorno, la sospende. Poi la serie esce, con un titolo cambiato. Si chiama Qui non è Hollywood.

E la gente la guarda.

Guarda attori che interpretano persone reali. Persone vive, alcune delle quali sono ancora in carcere. Persone che non hanno firmato nulla, che non hanno partecipato a nulla, che non hanno mai detto quelle frasi in quel modo. Perché quelle frasi le ha scritte qualcun altro. Uno sceneggiatore, seduto a una scrivania, che in quella cucina di Avetrana non c'era.

Ecco. Fermiamoci qui un momento.

Perché il dibattito, quando esce una serie così, va sempre nella stessa direzione. È fatta bene? È fedele ai fatti? È legale? Domande giuste, tutte. Ma ce n'è una che resta sempre sul fondo, come un sasso nella scarpa, e nessuno la tira fuori.

Chi ci ha dato il permesso?


Non è una domanda retorica. È una domanda precisa, che merita una risposta precisa.

In Italia esiste il diritto all'oblio: il diritto di non essere legati per sempre a un fatto del passato, anche se quel fatto è stato pubblico. Esiste il diritto all'immagine. Esiste il diritto alla riservatezza. Sono strumenti seri, costruiti con fatica. Ma nessuno di questi è nato pensando a una cosa come il true crime di oggi. Nessuno sa bene cosa fare davanti a una produzione che prende un fatto vero, ci mette dentro degli attori e gli fa dire parole inventate.

Il vuoto è prima di tutto giuridico. Ma sotto c'è un vuoto più profondo, ed è etico.

Pensateci. Quando guardiamo un documentario, sappiamo (più o meno) che stiamo vedendo materiale vero: interviste, filmati, carte processuali. Quando guardiamo un film di finzione, sappiamo che è finzione. Ma la drammatizzazione di un caso reale sta esattamente nel mezzo. Ha la forma della finzione e la credibilità del documento. Il dialogo è inventato, ma il nome è vero. La scena è immaginata, ma l'indirizzo esiste. Il pianto è di un'attrice, ma il dolore era di qualcun altro.

E il nostro cervello, davanti a tutto questo, non fa distinzioni. Registra. Archivia. E la prossima volta che sentiamo quel nome, quello che ricordiamo non è il fatto. È la scena.


Torniamo a Cogne. Torniamo ad Annamaria Franzoni.

Condannata in via definitiva per l'omicidio del figlio. Su questo non c'è dubbio giudiziario. Ma la Franzoni che milioni di italiani hanno in testa non è quella delle sentenze. È un'altra. È quella costruita in anni di televisione.

C'erano gli psicologi che analizzavano il modo in cui piangeva. I criminologi che leggevano i suoi silenzi. Gli opinionisti che commentavano il suo modo di stare seduta, di guardare in camera, di rispondere. Qualcuno diceva: troppo fredda. Qualcuno diceva: troppo teatrale. Nessuno di loro la conosceva. Nessuno di loro era in quella casa.

E piano piano, una puntata dopo l'altra, una donna vera è diventata un personaggio. Con un carattere, delle motivazioni, una psicologia. Scritta da altri.

Questo non è giornalismo. E non è nemmeno documentario. È qualcosa di più strano, e più inquietante... è la costruzione di un personaggio di finzione a cui abbiamo dato il volto di una persona reale. E lo abbiamo fatto così tante volte, con così tante persone, che ormai non ci sembra più strano.

C'è poi un'altra cosa, più sottile. Il personaggio, una volta creato, non resta fermo. Passa da un programma all'altro, da un anno all'altro. Lo riprendono le fiction, i podcast, i video brevi sui social che riassumono il caso in sessanta secondi con una musica cupa sotto. A ogni passaggio si aggiunge un dettaglio e se ne perde un altro. E alla fine nessuno ricorda più da dove venisse la prima versione. Quella che circola è solo la copia di una copia di una copia.


Esiste un altro modo di fare le cose. Più lento, più faticoso, più costoso. Ed è raro.

È il giornalismo narrativo che si prende la responsabilità di quello che racconta. Che ti dice chiaramente: questo è un fatto documentato, e questa invece è una mia ipotesi. Che cita le fonti. Che ammette quando non sa.

Veleno, il podcast di Pablo Trincia uscito nel 2017, ci si avvicina. Non del tutto, perché anche Trincia sceglie, monta, costruisce la tensione come si costruisce un racconto. Ma lo fa a carte scoperte. Ti fa sentire le registrazioni, ti mostra i documenti, ti dice dove sta andando. È una differenza piccola, sulla carta. In pratica cambia tutto.


Allora il problema non è la drammatizzazione in sé. Il problema siamo noi. È che non abbiamo ancora imparato, come pubblico, a distinguere. Tra ricostruzione e interpretazione. Tra il racconto e il documento. Tra quello che è successo e quello che qualcuno ha immaginato che sia successo.

Li consumiamo allo stesso modo, sul divano, con lo stesso livello di fiducia. E intanto, fuori dallo schermo, ci sono persone vere che quella storia l'hanno vissuta e che adesso la vedono raccontata con parole che non sono le loro.

Quindi la prossima volta che guardate una serie tratta da un caso vero, provate a fare una cosa. Quando un personaggio dice una frase importante, una di quelle che restano, fermatevi un secondo e chiedetevi: l'ha detta davvero? O l'ha scritta qualcuno che non c'era?

Non è una questione di estetica.

È una questione morale.


Se sei arrivata fin qui, probabilmente sei già morbosa quanto me. Ci vediamo giovedì.

· Morbosa esce ogni giovedì ·



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