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Le Ombre Perdute, Giulia e Luca avanzano separati ma legati da un culto antico. Il passato si muove e il rito si avvicina.
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Due ritorni, un solo richiamo
Nel borgo delle Ombre Perdute, la notte scese senza fretta, come se conoscesse già ogni angolo da occupare. Giulia e Luca si trovavano in luoghi diversi, separati da muri, giardini e sentieri che non si incrociavano. Eppure, qualcosa li stava muovendo nello stesso istante, seguendo una logica più antica della memoria.
Giulia rimase nella stanza sotterranea più a lungo di quanto avesse previsto. Le fotografie alle pareti sembravano mutare alla luce tremolante, come se i volti osservassero non lei, ma ciò che stava per accadere. Notò allora un dettaglio che le era sfuggito: in ogni immagine, dietro le figure, compariva lo stesso simbolo inciso nella pietra, una croce incompleta, sempre accompagnata da segni verticali. Li contò con attenzione. Erano sedici.
Il culto che non ha mai smesso di contare
Tra i documenti sparsi sul tavolo centrale, Giulia trovò un foglio più spesso, scritto con un inchiostro ormai sbiadito. Non era un elenco, ma una formula ripetuta più volte, come una litania. Parlava di soglie, di guardiani e di ritorni necessari. Il culto non venerava un’entità, ma un passaggio. Credeva che alcuni luoghi potessero aprirsi solo a chi portava il sangue giusto e il numero inciso nel destino.
Nel frattempo, dall’altra parte del borgo, Luca avanzava nella casa che lo aveva accolto come un ospite atteso. Le stanze sembravano disposte secondo una geometria irregolare, ma ogni volta che incrociava una parete, ritrovava lo stesso segno inciso nel legno o nella pietra: la croce spezzata. In un corridoio secondario, scoprì una serie di tacche incise nel muro, allineate con cura ossessiva. Anche lì, erano sedici.
Luoghi diversi, stesso battito
Giulia sentì il sussurro tornare, più vicino, più distinto. Non parole, ma un ritmo, come un respiro collettivo che saliva dal pavimento. Capì che il culto non era confinato al passato. Era una struttura viva, fatta di attese e di ritorni programmati. Alcuni venivano chiamati per aprire, altri per attraversare. Nessuno, però, sceglieva davvero.
Luca, nella casa, avvertì lo stesso ritmo. Il respiro proveniva ora dalle pareti, ora dal pavimento, come se l’edificio stesso stesse contando il tempo. In una stanza senza finestre, trovò un simbolo più grande degli altri, inciso al centro del muro. Sotto la croce, una frase lo colpì come un avvertimento tardivo: “Quando i sedici tornano, la soglia si ricompone.”
Il disegno che prende forma
Giulia chiuse gli occhi e vide per un istante un’immagine che non le apparteneva: un arco di pietra coperto di muschio, una casa che non aveva mai visitato, un uomo fermo davanti a una porta che si apriva senza rumore. Non sapeva chi fosse, ma comprese che non era sola nel richiamo.
Luca, nello stesso momento, ebbe una visione speculare. Un giardino soffocato dall’edera, una porta nascosta tra gli ulivi, una donna inginocchiata davanti a una pietra incisa. Il culto stava tracciando una linea invisibile tra loro, mantenendo la distanza ma stringendo il legame.
Nel borgo delle Ombre Perdute, la notte proseguiva.
Le soglie erano state riaperte.
Il numero era completo.
E il culto, finalmente, stava per farsi vedere.
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