Avetrana, provincia di Taranto. È il 26 agosto 2010, un pomeriggio di caldo pesante, di quelli in cui il paese si svuota e le persiane restano chiuse fino a sera. Una ragazza di quindici anni esce di casa. Ha appuntamento con la cugina, devono andare al mare. Si chiama Sarah Scazzi.
Al mare non arriverà mai.
Per settimane la cercano tutti. I carabinieri, i volontari, i vicini. E la televisione. Le telecamere arrivano ad Avetrana e non se ne vanno più. Ogni giorno un collegamento, ogni sera un aggiornamento, un appello, una nuova ipotesi. Il paese impara in fretta a riconoscere i furgoni con le parabole parcheggiati in piazza.
Poi arriva il 6 ottobre. Lo zio di Sarah porta gli investigatori in una campagna poco fuori dal paese, davanti ad un pozzo. E la notizia del ritrovamento viene data in diretta, durante una trasmissione televisiva, mentre in collegamento c’è la madre di Sarah. Quella sera milioni di italiani vedono una madre scoprire, davanti ad una telecamera, che sua figlia è morta.
Ecco. Fermiamoci un attimo qui. Perché è in quel momento, in quella diretta, che Avetrana smette di essere soltanto un paese.
Il processo durerà anni. Alla fine, verranno condannate all’ergastolo la zia e la cugina di Sarah. Lo zio, per aver nascosto il corpo.
Ma intanto, fuori dalle aule, succede un’altra cosa. Davanti alla casa di famiglia, in una via qualunque di un paese qualunque, comincia ad arrivare gente.
Non giornalisti.
Curiosi.
Si fermano, guardano il cancello, scattano una foto, a volte si fanno un selfie… Qualcuno racconta di gruppi organizzati, di gente che arriva da lontano apposta, come si va a vedere un monumento.
Nessuno li ha invitati. Ma vengono lo stesso.
Facciamo un salto. 2024.
Quattordici anni dopo, una piattaforma annuncia una serie televisiva. Il titolo è una parola sola: Avetrana.
Il Comune fa ricorso. Il sindaco lo dice chiaro: un paese intero non può essere ridotto a quel nome, a quella storia. Il tribunale di Taranto gli dà ragione, almeno all’inizio, e ne sospende l’uscita. Per qualche giorno sembra una piccola vittoria.
Poi la serie esce lo stesso. Con il titolo un po’ cambiato: Qui non è Hollywood.
Ma guardate bene la locandina. Il nome del paese è ancora lì. Ed è lì che resterà: nelle recensioni, nei titoli dei giornali, nei suggerimenti automatici di chiunque scriva quelle otto lettere su un motore di ricerca.
Quattordici anni. E Avetrana sta ancora cercando di essere un paese, prima che un caso.
C’è un nome, per questa cosa? Io la chiamo il marchio del crimine. È quello che succede quando un luogo e un delitto si incollano l’uno all’altro e nessuno riesce più a staccarli.
Una volta capitava solo ai luoghi delle grandi tragedie della storia. Oggi, con la cronaca nera diventata racconto continuo, succede anche ai posti piccoli. A comuni di poche migliaia di abitanti. A frazioni che sulla carta geografica quasi non si vedono.
Prendete Cogne. Valle d’Aosta, millequattrocento abitanti, il Gran Paradiso alle spalle, prati, larici, stambecchi.
Un posto da cartolina.
Provate a scriverne il nome su Google. Quello che esce non è il paese. È una villetta nella frazione di Montroz, è la mattina del 30 gennaio 2002, ed è un bambino di tre anni, Samuele, che in quella casa è stato ucciso.
Garlasco, in provincia di Pavia, è una cittadina tranquilla tra le risaie. Ma per l’Italia Garlasco è un’altra cosa: è Chiara Poggi, uccisa nel 2007. Ed è un nome che non riesce mai ad uscire dai notiziari, perché ogni volta che il caso si riapre, tornano anche i furgoni con le parabole.
Novi Ligure, in Piemonte, vuol dire:… una sera di febbraio del 2001… una madre ed un figlio uccisi in casa… due ragazzi di sedici e diciassette anni.
Il meccanismo è sempre lo stesso. Il delitto entra nel nome del posto e da lì non esce più. Passano gli anni, il paese cambia, nascono bambini, chiudono negozi, ne aprono altri. Il nome resta quello.
E chi ci vive, in quei posti?
È la domanda che il true crime non fa quasi mai. Eppure, è la più concreta di tutte.
C’è il commerciante che, quando va ad una fiera fuori regione, preferisce dire il nome del capoluogo di provincia invece di quello del suo paese. Per evitare la faccia che fanno gli altri. C’è la ragazza che si trasferisce a studiare in un’altra città e alla prima cena con i nuovi compagni sente arrivare la domanda: “Ah, sei di lì? Ma allora tu…”
C’è chi ci è nato dopo. Per loro quel paese non ha mai avuto un prima. È sempre stato il posto di quella storia, anche se quella storia è successa quando loro non c’erano ancora.
E ci sono le famiglie. Quelle delle vittime, che non possono piangere in pace perché il loro lutto è diventato pubblico. Ma anche quelle degli imputati, dei condannati, dei testimoni. Gente che continua a fare la spesa nello stesso negozio e a incrociare le stesse facce in piazza, sapendo di essere un pezzo riconoscibile di una storia che altri guardano la sera, sul divano, come intrattenimento.
All’inizio del 2024 lo zio di Sarah esce dal carcere. Ha scontato la sua pena per aver nascosto il corpo. E torna lì. Ad Avetrana. Nella stessa casa, nella stessa via. E con lui tornano le telecamere, per qualche giorno. Poi se ne vanno di nuovo.
Il paese no. Il paese resta.
La serie su Avetrana ha tirato fuori una domanda che di solito finisce sotto il tappeto. Chi decide se e come raccontare una storia che riguarda una comunità intera?
Il Comune ha provato a dire la sua. La risposta è stata, più o meno, questa: l’interesse pubblico conta più delle preferenze locali. La storia di Sarah Scazzi appartiene all’Italia, non ad Avetrana.
Forse è giusto così. Davvero, non lo so. Le storie vere vanno raccontate, anche quelle che fanno male. Soprattutto quelle.
Però so un’altra cosa. Quel racconto ha un prezzo. E chi lo paga non è chi guarda la serie da Milano o da Roma, con il telecomando in mano. Lo paga chi abita in quella via, in quel paese, sotto quel nome.
Il vero dopo non lo vediamo mai. Lì non c’è nessuna telecamera accesa. Non fa ascolti. E poi, diciamolo, per noi la storia è già finita: sono passati i titoli di coda, abbiamo spento, siamo andati a dormire.
Per loro no.
Se sei arrivata fin qui, probabilmente sei già morbosa quanto me. Ci vediamo giovedì.
- Morbosa esce ogni giovedì -

I commenti degli utenti:
Non sono presenti commenti di altri utenti