Esiste una frase che compare nei titoli di cronaca nera italiana con una frequenza sconcertante. Ve la cito nella sua forma più comune:
"Uccide la moglie e poi si costituisce."
Analizziamola per un momento, non come notizia ma come costruzione linguistica. Il soggetto è il colpevole (è lui che agisce, è lui il protagonista grammaticale della frase). La vittima è "la moglie" (definita in relazione all'uomo che l'ha uccisa, non con il proprio nome). Il verbo principale è "uccide", ma è immediatamente seguito da "si costituisce"… quasi che l'atto di consegnarsi alle autorità pesasse quanto l'omicidio. Il titolo bilancia i due eventi come se fossero moralmente equivalenti.
In trent'anni di giornalismo italiano questa costruzione è comparsa migliaia di volte. Non è negligenza. È vera e propria grammatica; ovvero un sistema di scelte linguistiche sedimentato che riflette, ed al tempo stesso riproduce, un preciso modo di intendere la violenza tra le mura domestiche.
Il linguaggio del crimine in Italia ha alcune caratteristiche strutturali che vale la pena nominare una per una, perché ognuna fa un lavoro preciso.
La prima è la passivizzazione della vittima. "Una donna è stata trovata morta" invece di "X ha ucciso Y". La costruzione passiva grammaticalizza l'assenza (la vittima subisce l'azione, il colpevole scompare dalla frase o viene menzionato in subordinata). In linguistica si chiama cancellazione dell'agente: l'agente dell'azione (chi la compie) viene sistematicamente rimosso o marginalizzato.
La seconda è la definizione relazionale della vittima. "Madre di tre figli", "moglie di", "fidanzata di" - la vittima viene introdotta attraverso la sua relazione con altri, raramente attraverso la propria identità autonoma. Nome, lavoro, storia, ambizioni: spariscono nel momento in cui diventano più necessari - quando si tratta di ricordare al lettore che quella persona esisteva prima e al di là del crimine che l'ha colpita.
La terza è la più sottile, e la più pericolosa: il vocabolario delle attenuanti narrative. "Raptus di gelosia", "momento di follia", "non riusciva ad accettare la separazione". Queste espressioni non sono un'analisi psicologica; sono una spiegazione causale che sposta il peso dalla responsabilità individuale alla forza delle circostanze. Come se l'omicidio fosse stato prodotto da una combinazione di eventi, non da una scelta.
Il caso più clamoroso di questo meccanismo nella cronaca italiana è probabilmente il femminicidio. La parola stessa - femminicidio - è entrata nel vocabolario giornalistico italiano con resistenza. Per anni si è preferito "omicidio di una donna", "tragedia familiare", "delitto passionale". La scelta lessicale non era neutrale: nominare qualcosa come femminicidio significa riconoscere che esiste un pattern, una struttura, una specificità. Evitare il termine significa trattare ogni caso come isolato, come eccezione, come tragedia incomprensibile.
Questa resistenza lessicale ha avuto conseguenze reali. Ha rallentato il riconoscimento legislativo. Ha alimentato la lettura del singolo caso invece del fenomeno. Ha permesso che ogni volta si ricominciasse da zero.
Nuova vittima, nuova storia, nessun filo che la collegasse alle precedenti.
C'è un esercizio che faccio spesso quando leggo un articolo di cronaca nera, e che consiglio.
Si chiama test della sostituzione. Prendi il titolo di un articolo su un femminicidio e sostituisci la vittima con un uomo, il colpevole con una donna. Poi leggi di nuovo la frase e nota cosa cambia - nel tono, nei dettagli scelti, nella distribuzione della simpatia narrativa.
Il test funziona anche al contrario: prendi un caso in cui la colpevole è una donna (Annamaria Franzoni, Veronica Panarello) e nota come cambia il linguaggio. La donna che uccide viene trattata con un registro diverso: più patologizzante, più moralizzante, più stupefatto. Come se la violenza femminile fosse più incomprensibile di quella maschile - non perché sia più rara, ma perché disturba di più lo schema narrativo che abbiamo costruito.
Il linguaggio non descrive la realtà. La costruisce. Il modo in cui raccontiamo i crimini dice qualcosa di molto preciso su chi consideriamo agenti e chi consideriamo oggetti, chi merita spiegazioni e chi merita solo un numero in una statistica.
La prossima volta che leggete un titolo di cronaca nera, fermatevi un secondo prima di cliccare. Non per giudicare il giornalista.
Per chiedervi: a chi dà voce questa frase? E a chi la toglie?
Se sei arrivata fin qui, probabilmente sei già morbosa quanto me. Ci vediamo giovedì.
- Morbosa esce ogni giovedì -

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