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La Cina al lavoro: quando una nuova generazione chiede un altro rapporto con il lavoro


La Cina al lavoro: quando una nuova generazione chiede un altro rapporto con il lavoro
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Mappa Interattiva - dove le persone incontrano le attività

Che cosa succede quando una generazione cresciuta nel boom economico comincia a chiedersi quanto della propria vita debba essere dedicato al lavoro?

Per anni l'immagine della Cina che arrivava dall'esterno era quella di un Paese che correva.

Fabbriche aperte giorno e notte, città costruite a una velocità impressionante, milioni di persone che lasciavano le campagne per cercare un posto nelle metropoli, giovani laureati pronti a entrare in aziende tecnologiche, finanziarie e industriali.

Il lavoro era una delle grandi promesse della modernizzazione cinese.

Oggi qualcosa sta cambiando.

Non significa che i cinesi abbiano smesso di voler lavorare. Significa che il rapporto con il lavoro sta diventando una delle questioni attraverso cui leggere la trasformazione della società.

A settembre 2026, mentre si avvicinava la lunga pausa della Festa nazionale, una discussione esplosa sui social cinesi riguardava proprio il modo in cui alcune aziende recuperano le giornate lavorative durante i fine settimana per compensare i giorni festivi. Reuters ha registrato un crescente malcontento verso orari eccessivi, salari e condizioni di lavoro, mentre nel 2025 le controversie sul lavoro erano aumentate del 37,5%. Reuters

La questione è molto più ampia di un weekend lavorativo.

Riguarda che cosa le nuove generazioni cinesi si aspettano dal proprio futuro.

La Cina non ha più lo stesso mercato del lavoro

Alla fine del 2025 in Cina lavoravano circa 725 milioni di persone. Di queste, 475 milioni erano occupate nelle aree urbane. Nel corso dell'anno sono stati creati 12,67 milioni di nuovi posti di lavoro urbani e il tasso medio di disoccupazione urbana rilevato è stato del 5,2%. Ufficio Nazionale di Statistica

Sono numeri enormi.

Ma dietro la dimensione del mercato c'è una trasformazione strutturale.

La Cina sta passando da un'economia nella quale una grande quantità di lavoro manuale e industriale era fondamentale per la crescita a un'economia che richiede sempre più competenze, servizi, tecnologia e specializzazione.

Il governo cinese ha inserito proprio l'occupazione tra le priorità del nuovo piano quinquennale 2026-2030, con l'obiettivo di migliorare la qualità dell'occupazione e di allineare maggiormente formazione e competenze richieste dalle imprese. Consiglio di Stato Cinese

Il lavoro, insomma, non sta semplicemente cambiando quantità.

Sta cambiando natura.

Il giovane cinese davanti a un bivio

Per un giovane che entra oggi nel mercato del lavoro, la Cina offre possibilità che le generazioni precedenti non avevano.

Università più diffuse.

Settori tecnologici avanzati.

Nuove professioni.

Commercio digitale.

Intelligenza artificiale.

Veicoli elettrici.

Servizi.

Economia delle piattaforme.

Ma contemporaneamente la competizione può essere molto forte, soprattutto per chi possiede una laurea e punta ai lavori considerati più prestigiosi.

Il governo ha infatti introdotto nel 2026 diverse misure specifiche per favorire l'ingresso dei giovani nel mercato del lavoro, comprese agevolazioni per le imprese che assumono neolaureati e giovani disoccupati e programmi di formazione in settori emergenti come intelligenza artificiale, veicoli a nuova energia ed economia a bassa quota. Consiglio di Stato Cinese

È una contraddizione tipica di una società in trasformazione.

Più opportunità non significano necessariamente meno pressione.

Anzi, in alcuni settori possono significare esattamente il contrario.

Dalla corsa alla carriera alla ricerca di equilibrio

Per una parte delle nuove generazioni, il successo non viene più misurato soltanto attraverso la posizione raggiunta, lo stipendio o il prestigio dell'azienda.

Conta anche quanto tempo rimane dopo il lavoro.

La discussione sul cosiddetto 996 — lavorare dalle 9 del mattino alle 9 di sera, sei giorni alla settimana — ha rappresentato per anni uno dei simboli più controversi della cultura lavorativa cinese.

Oggi quella cultura viene messa maggiormente in discussione.

Non necessariamente attraverso grandi dichiarazioni ideologiche.

A volte attraverso comportamenti molto più semplici: cambiare azienda, cercare un lavoro meno impegnativo, scegliere l'impiego pubblico, lavorare in modo autonomo oppure accettare un percorso professionale meno prestigioso in cambio di maggiore tempo libero.

È una trasformazione difficile da misurare con una sola statistica.

Ma è importante perché riguarda il valore attribuito al tempo.

Il lavoro che arriva sul telefono

Nel frattempo è comparso un altro mondo del lavoro.

Quello delle piattaforme.

Un rider riceve un ordine sullo smartphone.

Un autista accetta una corsa.

Un lavoratore vende prodotti online.

Un freelance trova un incarico attraverso una piattaforma digitale.

La tecnologia ha creato nuove possibilità di reddito, ma ha anche trasferito una parte del rapporto di lavoro dentro gli algoritmi.

Nel 2026 le autorità cinesi hanno indicato in circa 84 milioni le persone impegnate nelle cosiddette nuove forme di occupazione, comprendendo professioni come corrieri, conducenti per piattaforme e operatori del marketing online. Consiglio di Stato Cinese

È un numero che racconta quanto sia diventata grande questa economia.

Ma racconta anche un problema.

Chi protegge un lavoratore quando il suo datore di lavoro è, in parte, un algoritmo?

Quando l'algoritmo diventa il capo

Per un lavoratore tradizionale esiste un'azienda.

Per chi lavora attraverso una piattaforma, il rapporto può essere molto più sfumato.

L'app stabilisce quali ordini ricevere.

L'algoritmo può determinare priorità e tempi.

Il sistema misura prestazioni e produttività.

Una variazione nel modo in cui la piattaforma assegna il lavoro può avere conseguenze dirette sul reddito.

Il tema è diventato abbastanza importante da spingere le autorità cinesi ad adottare, nell'aprile 2026, nuove linee guida per rafforzare i diritti dei lavoratori delle piattaforme.

Le indicazioni chiedono, tra l'altro, maggiore trasparenza nell'uso degli algoritmi, condizioni di remunerazione più ragionevoli e una maggiore possibilità per i lavoratori di essere informati e partecipare alle regole che riguardano l'uso degli algoritmi. Consiglio di Stato Cinese

È un passaggio significativo.

Perché dimostra che la tecnologia non sta soltanto creando nuovi lavori.

Sta costringendo lo Stato a ripensare cosa significhi essere lavoratore.

Una nuova generazione, un nuovo tipo di competenze

C'è poi un'altra trasformazione silenziosa.

La velocità con cui cambiano le tecnologie sta modificando ciò che significa essere qualificati.

Un titolo di studio può non essere più sufficiente.

Le aziende hanno bisogno di persone capaci di utilizzare nuovi strumenti, comprendere tecnologie, lavorare con sistemi digitali e aggiornarsi continuamente.

Il governo cinese ha quindi messo l'aggiornamento professionale al centro della propria strategia occupazionale.

Nel 2026 le autorità hanno sottolineato che il divario tra competenze disponibili e competenze richieste dal mercato si sta accentuando e hanno indicato la formazione professionale come uno degli strumenti principali per affrontarlo. Consiglio di Stato Cinese

È il passaggio dalla semplice occupazione alla employability, la capacità di rimanere occupabili mentre il lavoro cambia.

E in una Cina sempre più tecnologica questa capacità diventa strategica.

La fabbrica non è più l'unico futuro

Per decenni l'immagine del lavoratore cinese è stata legata soprattutto alla fabbrica.

Oggi quella rappresentazione è incompleta.

Nel 2025 gli occupati nel settore dei servizi e nelle nuove attività legate alla trasformazione digitale hanno assunto un peso crescente, mentre il governo punta esplicitamente ad ampliare l'occupazione nei servizi, nelle industrie emergenti e nei nuovi settori produttivi. Consiglio di Stato Cinese

Persino il lavoro dei migranti interni sta cambiando.

Nel 2025 i migrant workers erano circa 301 milioni. Ma la loro mobilità non è più esclusivamente quella delle grandi migrazioni verso le fabbriche delle coste: oltre 121 milioni lavoravano nella propria area di provenienza, mentre circa 180 milioni lavoravano fuori dal luogo d'origine. Ufficio Nazionale di Statistica

Anche qui emerge una Cina meno semplice di quella raccontata vent'anni fa.

Non esiste più soltanto la grande fabbrica verso cui tutti si dirigono.

Esiste una rete molto più articolata di città, servizi, imprese e piattaforme.

Il diritto al riposo diventa una questione economica

La discussione sul tempo libero potrebbe sembrare lontana dalla grande economia.

Non lo è.

Se un lavoratore ha più tempo libero, può consumare.

Può viaggiare.

Può uscire.

Può dedicarsi alla famiglia.

Può spendere nei servizi.

Il tempo libero diventa quindi anche una componente dell'economia dei consumi.

Ed è interessante che il dibattito sul lavoro stia emergendo proprio mentre la Cina cerca di spostare una parte della propria crescita verso i consumi interni e i servizi.

Un lavoratore non è soltanto qualcuno che produce.

È anche qualcuno che consuma.

La contraddizione è evidente: un'economia che vuole consumatori più attivi ha bisogno anche di persone che abbiano tempo per consumare.

La nuova domanda non è soltanto “quanto guadagni?”

Per la generazione che entra oggi nel mondo del lavoro, la domanda potrebbe diventare più complessa.

Quanto guadagni?

Ma anche:

Quanto tempo hai?

Dove vivi?

Quanto è stabile il tuo lavoro?

Puoi permetterti una casa?

Puoi avere una famiglia?

Puoi cambiare città?

Puoi smettere di lavorare per qualche giorno senza perdere il reddito?

Sono domande economiche, ma anche sociali.

E diventano ancora più importanti in una Cina che, contemporaneamente, sta affrontando invecchiamento della popolazione e calo delle nascite.

Il lavoro non è quindi isolato dal resto della società.

È collegato alla famiglia, alla casa, alla mobilità, ai consumi e alle scelte personali.

Una Cina che sta ridefinendo il valore del lavoro

Forse il cambiamento più interessante non riguarda un singolo contratto o una singola legge.

Riguarda la domanda che sta emergendo dietro milioni di carriere.

Che cosa deve dare il lavoro, oltre allo stipendio?

Per la generazione che ha costruito la grande crescita cinese, lavorare duramente poteva significare soprattutto migliorare le condizioni della famiglia e conquistare una posizione sociale migliore.

Per una parte delle generazioni più giovani, quella promessa non è necessariamente sufficiente.

Non perché il lavoro abbia perso valore.

Ma perché è cambiato il valore attribuito alla vita fuori dal lavoro.

E questo potrebbe essere uno dei segnali più importanti della trasformazione cinese.

La Cina sta entrando in una fase nella quale non deve più soltanto creare milioni di posti di lavoro.

Deve creare un nuovo rapporto tra persone, competenze, tecnologia e tempo.

È una sfida economica.

Ma soprattutto è una sfida sociale.

Perché la Cina che per decenni ha costruito il proprio miracolo lavorando senza sosta si trova ora davanti a una domanda sorprendentemente semplice:

quanto deve lavorare una società per costruire il futuro che desidera?

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