Sono le undici di sera. Domani sveglia presto, lista di cose da fare, quella sensazione diffusa di non avere mai abbastanza tempo.
…Eppure sei lì, con il telefono in mano e gli occhi fissi sullo schermo, ad ascoltare qualcuno che descrive nei dettagli come è morta una persona che non hai mai conosciuto.
Non è un incidente. L’hai scelto tu.
Questa è la domanda che mi porto dietro da anni, e che è il motivo per cui esiste questa rubrica: perché lo facciamo? Non nel senso giornalistico, non nel senso di chi cerca scuse o assoluzioni.
Nel senso più scomodo.
Quello che ti fa alzare gli occhi dallo schermo per un momento e pensare: cosa dice di me il fatto che mi piaccia così tanto?
La risposta più comoda è quella neurologica. Il cervello umano è programmato per rilevare il pericolo. Quando sei al sicuro sul divano e ascolti di un omicidio, si attiva il sistema di allerta - adrenalina, cortisolo, attenzione acuta - senza che ci sia nessun pericolo reale. È una simulazione. Un esercizio. Hai paura, ma controlli la paura. E quando l’episodio finisce, c’è una piccola scarica di sollievo:
sono ancora viva. Non è successo a me.
Il true crime, da questo punto di vista, è una palestra per la sopravvivenza. Lo dicono i ricercatori, lo spiega la psicologia evoluzionistica e, soprattutto, ha il merito di non farti sentire troppo in colpa.
Ma questa risposta non mi basta.
Perché non spiega la componente che trovo più interessante: il fatto che il pubblico del true crime sia composto per la maggioranza da donne. Donne che ascoltano storie in cui le vittime sono, il più delle volte, altre donne. C’è qualcosa di specifico in questo sguardo - non voyeurismo puro, non sadismo, ma qualcosa di più complicato. Una forma di studio. Di mappatura del rischio.
Cresciamo imparando a leggere i segnali di pericolo negli altri. Ci insegnano, con le parole, con i comportamenti, con le storie, che il mondo può essere pericoloso e che dobbiamo saper riconoscere chi è pericoloso. Il true crime diventa, in questo schema, una forma di apprendimento. Non freddo, non distaccato: viscerale, emotivo, quasi rituale.
Guardiamo per capire come è andata. Per trovare il momento esatto in cui qualcosa si è rotto. Per dirci, sottovoce: io l’avrei visto. Io mi sarei salvata.
Anche questo, però, è solo una parte della storia.
Perché c’è un’altra cosa che nessuno dice volentieri: che il true crime, a volte, è semplicemente avvincente. Narrativamente. Drammaturgicamente. Ha un inizio, una tensione, un colpo di scena, una risoluzione. Funziona come un thriller, con la differenza che è tutto vero; e questo, invece di smorzare il piacere, lo amplifica in modo che non è del tutto confortante.
Il problema del true crime non è che ci piaccia guardare il male da lontano. È che ci piace la storia che viene costruita attorno al male. E, quella storia, ha sempre qualcuno che la racconta, qualcuno che decide cosa includere e cosa tagliare, chi è protagonista e chi è dettaglio.
Le vittime, spesso, finiscono tra i dettagli.
Questa rubrica esiste per stare in quel disagio senza risolverlo troppo in fretta.
Bada bene, non sono qui per dirti che guardare true crime è sbagliato, né per convincerti che è innocuo. Sono qui per indagare, capire (cercare di capire almeno un po’) quello spazio strano in mezzo.
Il posto in cui il piacere ed il senso di colpa si mescolano, in cui l’empatia ed il voyeurismo diventano difficili da distinguere, in cui una storia vera sulla morte di qualcuno diventa intrattenimento serale.
Sono qui perché mi sembra onesto chiedersi: cosa stiamo guardando, davvero?
E soprattutto - chi stiamo diventando mentre guardiamo?
Se ti va, scrivi nei commenti. Confrontiamoci.
♦Morbosa esce ogni due settimane♦

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