Esiste una gerarchia del dolore. Non è scritta da nessuna parte, non è stata votata da nessuno, non compare in nessun manuale di giornalismo. Eppure, funziona con la precisione di una legge fisica… e chiunque abbia seguito l'informazione per abbastanza tempo la riconosce immediatamente.
Alcune vittime diventano storie. Altre no.
Non è una questione di gravità del crimine. Non è una questione di complessità del caso o di disponibilità di prove. È una questione di chi era la vittima e quanto quella vittima assomiglia al pubblico che si vuole raggiungere.
La ricercatrice Gwen Ifill ha coniato l'espressione missing white woman syndrome negli anni Novanta per descrivere la copertura mediatica sproporzionata riservata alle donne bianche, giovani e di classe media nei casi di scomparsa o di omicidio, rispetto a donne di colore nelle stesse identiche circostanze.
I dati le danno ragione in modo imbarazzante.
Uno studio dell'Università del Wyoming ha analizzato la copertura mediatica di migliaia di casi di persone scomparse negli Stati Uniti: le donne bianche ricevevano in media quattro volte più attenzione mediatica delle donne nere, a parità di ogni altra variabile. Non quattro articoli in più. Quattro volte tanto.
In Italia il fenomeno ha caratteristiche proprie ma la logica è la stessa. I casi che diventano casi (quelli che finiscono sui giornali, nei talk show, nelle ricostruzioni televisive) tendono a condividere un profilo demografico preciso: vittime giovani, preferibilmente belle secondo i canoni dominanti, con vite riconoscibili come normali dal pubblico medio.
Le vittime che non rientrano in questo profilo spariscono due volte. Prima fisicamente. Poi mediaticamente.
Vale la pena nominare le variabili che sembrano incidere di più sulla copertura mediatica di un caso; non perché voglia costruire una classifica del dolore, ma perché renderle esplicite è l'unico modo per smettere di applicarle inconsapevolmente.
La razza è la variabile più documentata. Subito dopo viene la classe sociale; le vittime provenienti da contesti di povertà o marginalità ricevono sistematicamente meno attenzione, e quando la ricevono vengono spesso rappresentate attraverso la loro marginalità piuttosto che attraverso la loro umanità.
Poi c'è il genere. Gli uomini scompaiono dalla copertura mediatica con una facilità sconcertante, tranne nei casi in cui il colpevole è una donna, che diventa immediatamente una storia molto più interessante di qualsiasi altra cosa.
E infine c'è quella che potremmo chiamare la simpatia narrativa della vittima. Un criterio implicito, quasi mai dichiarato, con cui i media valutano se una persona merita di diventare protagonista della propria storia. Vita ordinata, famiglia presente, nessun precedente scomodo. Se la storia della vittima è complicata (dipendenze, conflitti familiari, scelte di vita non convenzionali) la copertura si riduce. Come se la complessità umana fosse una colpa.
Il true crime ha ereditato tutto questo. E in alcuni casi lo ha amplificato, perché i creatori di contenuti scelgono i casi anche in base alla loro commerciabilità narrativa. Ed i casi commerciabili tendono ad essere quelli che già godono di attenzione mediatica, che già hanno un archivio di materiale disponibile, che già hanno un pubblico potenzialmente interessato!
È un circolo che si autoalimenta. I casi noti diventano ancora più noti. I casi ignorati rimangono ignorati.
Esistono eccezioni: podcast e giornalisti che fanno deliberatamente il lavoro opposto, che cercano i casi che nessuno ha raccontato, che restituiscono umanità a vittime dimenticate.
Sono importanti. Sono troppo pochi.
La prossima volta che inizi un nuovo podcast true crime, vale la pena fermarsi un momento prima del primo episodio e chiedersi: perché questo caso? Perché questa vittima e non un'altra?
La risposta non è mai solo "perché è una storia interessante". È sempre anche una scelta, consapevole o no, su chi conta abbastanza da essere raccontato.
E quella scelta la facciamo anche noi, ogni volta che clicchiamo play.
Se sei arrivata fin qui, probabilmente sei già morbosa quanto me. Ci vediamo giovedì.
— Morbosa esce ogni giovedì —

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