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ICE di Trump, Abusi, Proteste e Reazioni Politiche


ICE di Trump, Abusi, Proteste e Reazioni Politiche
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Introduzione

Negli ultimi mesi, l’azione dell’Immigration and Customs Enforcement (ICE) negli Stati Uniti è tornata al centro del dibattito politico e civile internazionale. Il rafforzamento dell’agenzia sotto la nuova amministrazione di Donald Trump, accompagnato da operazioni di vasta scala e dall’uso massiccio della forza, ha provocato gravi conseguenze: morti di civili, accuse di abusi sistematici, proteste diffuse e tensioni diplomatiche.

Questa relazione analizza il ruolo dell’ICE nell’attuale contesto politico statunitense, gli episodi di violenza e abuso attribuiti all’agenzia, le proteste esplose in diverse città americane, il caso delle intimidazioni ai giornalisti italiani e la risposta — o l’assenza di risposta — del governo italiano.

  1. Cos’è l’ICE sotto l’amministrazione Trump

L’Immigration and Customs Enforcement (ICE) è un’agenzia federale statunitense che opera all’interno del Department of Homeland Security (DHS). Le sue funzioni principali riguardano l’applicazione delle leggi sull’immigrazione, la detenzione e l’espulsione di cittadini stranieri privi di regolare permesso di soggiorno e il contrasto a reati transnazionali.

Con il ritorno di Donald Trump alla presidenza, l’ICE è stato fortemente potenziato:

  • aumento del numero di agenti;
  • eliminazione di molte restrizioni operative introdotte dalle precedenti amministrazioni;
  • ampliamento delle aree di intervento, incluse zone urbane densamente popolate.

Tra le principali operazioni avviate figura Operation Metro Surge, definita come una delle più grandi campagne di enforcement migratorio mai condotte negli Stati Uniti. L’operazione ha visto l’impiego di agenti federali in numerose città considerate “santuari” per migranti, con arresti a tappeto e controlli armati.

Secondo l’amministrazione Trump, queste misure sono necessarie per garantire la sicurezza nazionale. Secondo numerosi osservatori indipendenti, invece, l’ICE si è trasformato in una forza con caratteristiche paramilitari, spesso scollegata dal controllo delle autorità locali.

 

        2. Abusi e omicidi attribuiti all’ICE

 

2.1 Uccisione di Renée Good

Il 7 gennaio 2026, Renée Good, 37 anni, cittadina statunitense, viene uccisa a Minneapolis durante un’operazione dell’ICE. Le autorità federali parlano inizialmente di legittima difesa. Tuttavia, video e testimonianze emersi successivamente smentiscono la versione ufficiale, mostrando un uso della forza sproporzionato e criminale.

La morte di Good diventa immediatamente un simbolo delle critiche contro l’ICE e innesca una serie di proteste nella città.

2.2 Uccisione di Alex Pretti

Il 24 gennaio 2026, sempre a Minneapolis, viene ucciso Alex Pretti, 37 anni, infermiere di terapia intensiva. Pretti stava filmando un’operazione federale con il proprio telefono cellulare. Secondo i filmati disponibili, non impugnava armi né minacciava gli agenti.

Dopo essere stato spruzzato con spray al peperoncino e spinto a terra, viene colpito da numerosi proiettili. Anche in questo caso, la versione iniziale fornita dalle autorità viene rapidamente smentita dalle immagini diffuse pubblicamente.

2.3 Denunce di abusi sistematici

Organizzazioni per i diritti civili e associazioni legali hanno documentato numerosi casi di:

      • uso eccessivo della forza;
      • negligenza medica nei centri di detenzione;
      • intimidazioni verso manifestanti e osservatori;
      • violazioni delle libertà civili fondamentali.

Questi episodi hanno rafforzato l’idea che le pratiche dell’ICE non siano episodi isolati, ma parte di un problema strutturale.

      3. Le proteste negli Stati Uniti

3.1 Minneapolis e il Minnesota

La morte di Renée Good e Alex Pretti ha scatenato proteste di massa a Minneapolis. Il 23 gennaio 2026 viene proclamato uno sciopero generale, con la partecipazione di lavoratori, studenti e associazioni civiche.

Le autorità statali del Minnesota e i sindaci di Minneapolis e Saint Paul avviano una causa federale contro il governo degli Stati Uniti, sostenendo che l’operazione dell’ICE violi la Costituzione e i diritti dei cittadini.

Un giudice federale interviene successivamente imponendo limiti all’uso di spray al peperoncino e agli arresti contro manifestanti pacifici.

3.2 Proteste nel resto del Paese

Le manifestazioni si estendono anche ad altre grandi città statunitensi:

      • New York
      • Los Angeles
      • Chicago
      • San Francisco
      • Portland

Le proteste non riguardano esclusivamente l’immigrazione, ma una critica più ampia alla militarizzazione dell’ordine pubblico e alla compressione delle libertà civili.

 

        4. Le vicende dei giornalisti italiani

Il 25 gennaio 2026, durante le proteste a Minneapolis, due inviati della Rai, Laura Cappon e Daniele Babbo, vengono fermati da agenti dell’ICE mentre documentano gli eventi.

Secondo i video diffusi:

  • gli agenti circondano il veicolo dei giornalisti;
  • ordinano di interrompere le riprese;
  • minacciano di rompere il finestrino e trascinarli fuori dall’auto.

L’episodio viene denunciato come una grave intimidazione contro la libertà di stampa, coinvolgendo direttamente giornalisti del servizio pubblico italiano.

 

        5. La reazione politica in Italia

Nonostante la gravità dell’accaduto, il governo italiano guidato da Giorgia Meloni non ha rilasciato dichiarazioni ufficiali di condanna né ha annunciato proteste diplomatiche formali nei confronti degli Stati Uniti.

Le forze di opposizione hanno criticato apertamente questo silenzio, chiedendo:

  • una presa di posizione pubblica a tutela dei giornalisti italiani;
  • chiarimenti diplomatici sulle azioni dell’ICE;
  • una condanna delle violenze e delle intimidazioni.

Il mancato intervento del governo viene interpretato da molti come una scelta politica dettata

dalla volontà di mantenere rapporti privilegiati con l’amministrazione Trump.

 

      6. Milano-Cortina 2026: l’ICE come scorta privata e il problema della sovranità italiana

Il punto non è - o non è solo - l’ICE che svolge funzioni di sicurezza tradizionali durante le Olimpiadi.

Il nodo vero, molto più grave, è un altro: l’ICE impiegata come scorta armata per atleti e alte personalità statunitensi su suolo italiano, in un evento internazionale organizzato dall’Italia.

Questa non è cooperazione.

È subalternità politica e simbolica.

a. Da agenzia federale a corpo extraterritoriale

Quando un’agenzia federale americana viene:

    • autorizzata a muoversi armata,
    • a scortare cittadini statunitensi,
    • a operare in autonomia o semi-autonomia,

non stiamo più parlando di supporto tecnico, ma di proiezione di potere.

L’ICE, già controversa negli Stati Uniti per abusi e violazioni dei diritti, viene di fatto:

    • trattata come più affidabile delle forze di polizia italiane,
    • elevata a garante primario della sicurezza di cittadini USA,
    • sottratta al controllo democratico locale.

È un precedente pesantissimo.

b. Una sfiducia implicita nelle forze di polizia italiane

Il messaggio è chiaro, anche se non dichiarato:

Le forze di polizia italiane non sono ritenute sufficientemente affidabili per proteggere cittadini e interessi statunitensi.

Carabinieri, Polizia di Stato, Guardia di Finanza — corpi con:

    • decenni di esperienza in eventi complessi,
    • competenze antiterrorismo riconosciute a livello internazionale,
    • conoscenza profonda del territorio —

vengono messi in secondo piano rispetto a un’agenzia straniera.

È una umiliazione istituzionale, mascherata da protocollo di sicurezza.

c. Olimpiadi come enclave americana

In questo schema, alcune aree delle Olimpiadi rischiano di trasformarsi in:

    • enclave di sicurezza statunitense,
    • spazi dove valgono logiche, catene di comando e priorità non italiane.

Non è una novità sotto Trump:

gli Stati Uniti tendono a esportare i propri apparati di sicurezza come simbolo di supremazia, non di cooperazione.

Accettarlo senza dibattito equivale a riconoscere che:

    • sul nostro territorio,
    • durante un evento organizzato e finanziato anche con risorse pubbliche italiane,

non siamo pienamente sovrani.

d. La   subalternità   politica   dell’Italia   all’America   di Trump

Questo episodio si inserisce in un quadro più ampio:

    • allineamento automatico alle politiche di Trump,
    • silenzi su abusi e intimidazioni,
    • mancanza di presa di posizione anche quando coinvolti sono giornalisti italiani.

Il governo italiano appare incapace — o non disposto — a dire:

Grazie, ma la sicurezza sul nostro territorio la garantiamo noi.

La relazione non è tra pari. È una relazione asimmetrica, dove l’Italia accetta ruoli

secondari pur di non disturbare Washington.

e. Una resa simbolica, prima ancora che operativa

Consentire all’ICE di fungere da scorta e protezione esclusiva:

    • non aumenta realmente la sicurezza,
    • non risponde a una necessità tecnica,
    • serve solo a ribadire gerarchie.

È una resa simbolica:

    • della fiducia nelle nostre istituzioni,
    • della dignità delle nostre forze dell’ordine,
    • dell’autonomia politica italiana.

 

Conclusione: Crisi dello Stato di diritto negli Stati Uniti; subordinazione e non sicurezza dello Stato italiano

Le vicende legate all’ICE nel gennaio 2026 rappresentano una crisi profonda per gli Stati Uniti sul piano dei diritti civili e dello stato di diritto. Le uccisioni di civili, le accuse di abusi sistematici, la repressione delle proteste e le intimidazioni ai giornalisti pongono interrogativi seri sul rispetto delle libertà fondamentali.

Sul piano internazionale, il silenzio di alcuni governi alleati, tra cui quello italiano, solleva a sua volta interrogativi sul ruolo della diplomazia e sulla tutela dei diritti dei propri cittadini all’estero.

La situazione rimane in evoluzione e richiede attenzione costante da parte dell’opinione

pubblica e delle istituzioni democratiche.

non è sicurezza, è subordinazione

Milano-Cortina 2026 rischia di diventare il palcoscenico di un messaggio pericoloso:

L’Italia ospita, ma non decide. Garantisce, ma non comanda.

Accettare l’ICE come scorta armata per cittadini statunitensi significa accettare che:

  • la sicurezza non è più una funzione sovrana,
  • ma un privilegio geopolitico.

E questo, per un Paese democratico e formalmente sovrano, dovrebbe essere inaccettabile.

 

Fonti principali

  • ANSA – Agenzia Nazionale Stampa Associata
  • The Guardian
  • Wikipedia – Operation Metro Surge
  • Wikipedia – Killing of Alex Pretti

 

Roberto Merico

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