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Francesco Palmieri
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Perché chi è sempre “positivo” spesso sta solo evitando qualcosa


Perché chi è sempre “positivo” spesso sta solo evitando qualcosa
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Mappa Interattiva - dove le persone incontrano le attività

 

Essere positivi non è un problema. Il problema nasce quando la positività diventa un obbligo, una maschera, un modo per non sentire ciò che è scomodo. In quel caso non stai “stando bene”: stai evitando.

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Questa dinamica ha anche un nome, in psicologia: evitamento esperienziale, cioè la tendenza a non voler restare in contatto con emozioni, pensieri o sensazioni interne spiacevoli e a fare di tutto per modificarli o scacciarli.​


Positività sana vs positività tossica

La positività sana dice: “Ok, sto male… e posso prendermi cura di me”.​
La positività tossica (quella che spesso passa per “mentalità vincente”) dice: “Non devi sentirti così”, “Guarda il lato bello”, “Sorridi e basta”.​

Secondo Psychology Today, la toxic positivity riguarda proprio l’evitare, sopprimere o rifiutare emozioni ed esperienze negative.​
E quando fai questo abbastanza a lungo, non diventi più forte: diventi solo più distante da te stesso.


Cosa stai evitando, di solito

Dietro a un “va tutto bene” ripetuto come un mantra, spesso c’è una di queste cose:

  • Tristezza (per una perdita, una delusione, una fase che non è come speravi).

  • Rabbia (per confini non rispettati, carichi eccessivi, ingiustizie quotidiane).

  • Paura (di fallire, di deludere, di non farcela).

  • Senso di colpa o vergogna (quando pensi di “non essere abbastanza”).

  • Stanchezza vera (quella che non si risolve con un weekend libero, perché è accumulo).

Non lo dico per giudicare. Lo dico perché l’evitamento è umano: il sistema nervoso prova a proteggerti.​


Perché “essere positivi” può peggiorare le cose

Quando cerchi di cancellare ciò che provi, spesso ottieni l’effetto opposto: l’emozione resta sotto traccia e si trasforma in tensione, irritabilità, fatica mentale.

La ricerca sull’evitamento esperienziale lo descrive chiaramente: è unwillingness a restare in contatto con esperienze interne avverse (emozioni, pensieri, sensazioni) e comportamento orientato a cambiarle o evitarle.​
In studi longitudinali, l’evitamento esperienziale è stato associato alla previsione di esiti depressivi nel tempo (anche se la relazione può sovrapporsi ad altri fattori come ruminazione e preoccupazione).​

Qui devo essere preciso: non posso dire che “la positività causa depressione” (non sarebbe corretto). Quello che possiamo dire, sulla base delle fonti, è che strategie di evitamento e soppressione emotiva sono collegate a peggiori esiti di benessere psicologico in diversi contesti.​​


Il punto non è pensare negativo: è smettere di mentirsi

La mindfulness, quando è fatta bene, non ti spinge a “vedere sempre il bello”. Ti porta a vedere quello che c’è, senza aggiungere zucchero sopra.

Se ti sforzi di essere positivo quando sei in difficoltà, spesso stai cercando controllo.
E il controllo, quasi sempre, è paura travestita bene. (Questo è un ragionamento clinico/esperienziale; non è una conclusione “misurata” in modo diretto dalle fonti che ho qui, quindi lo lascio come osservazione prudente, non come fatto scientifico.)


Un’alternativa più utile

Se ti riconosci in questa “positività automatica”, prova così:

  • Dai un nome a ciò che senti, senza correggerlo (“Sto provando ansia”, “Sono deluso”).

  • Nota dove lo senti nel corpo: spesso è lì che l’emozione vive per prima.

  • Chiediti cosa sta chiedendo davvero quell’emozione: riposo? confini? chiarezza? supporto?

  • Fai un passo piccolo ma reale (una conversazione, un no, una pausa di 60 secondi fatta bene).

Non è “pensare positivo”. È stare presente.


Una frase che vale tenere

La vera forza non è restare positivi. È restare onesti.
Perché quando smetti di evitare, inizi finalmente a scegliere.​

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