IN SINTESI
Uno studio della Banca d'Italia su cinque anni di lavoro da remoto di massa (2019-2023) ha rilevato un impatto medio nullo sulla produttività, pur con forti differenze tra aziende. L'Italia resta comunque sotto la media UE per diffusione dello smart working, con un divario ampio soprattutto fuori dalle grandi città e dal settore ICT.
A distanza di anni dal boom imposto dalla pandemia, il lavoro da remoto resta uno dei temi più divisivi tra aziende e lavoratori. Ma mentre il dibattito pubblico continua a polarizzarsi tra entusiasti e scettici, la ricerca economica ha iniziato a produrre dati di lungo periodo che permettono, finalmente, di andare oltre gli aneddoti.
Il contributo più rilevante arriva da uno studio della Banca d'Italia, pubblicato a fine novembre 2025, che ha esaminato gli effetti dell'adozione di massa del lavoro da remoto in Italia tra il 2019 e il 2023. Il risultato centrale: lo smart working non danneggia la produttività delle imprese, con un impatto medio sostanzialmente nullo, sebbene il dato nasconda forti differenze tra aziende e settori.
Cosa dice chi è a favore
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A FAVORE • Riduce tempi e stress degli spostamenti, con effetti positivi documentati sul benessere percepito dai lavoratori. • Uno studio di Stanford University su oltre 1.600 dipendenti ha rilevato che due giorni di lavoro da casa a settimana non danneggiano produttività né carriera, e riducono le dimissioni volontarie. • Un sondaggio internazionale IWG del 2024 mostra che circa tre lavoratori ibridi su quattro si sentono più produttivi e più motivati con la settimana flessibile. |
CONTRO • Indebolisce la trasmissione informale di competenze tra colleghi più esperti e giovani neoassunti, più naturale in presenza. • Rende più difficile misurare e valorizzare il lavoro di squadra su progetti complessi e interdipendenti. • L'Italia resta comunque un caso particolare: la quota di occupati che lavora regolarmente da casa è nettamente inferiore alla media europea, segno che il modello fatica a diffondersi fuori da specifici settori e territori. |
Cosa dicono davvero i numeri
Secondo Eurostat, in Italia la quota di occupati tra 15 e 64 anni che lavora abitualmente o occasionalmente da casa si è fermata all'8,2% nel 2025, contro una media europea del 23%: un divario di 15 punti percentuali che colloca il Paese al penultimo posto tra i 27 Stati membri. Un dato molto distante da quello, più ampio, misurato dall'Osservatorio Smart Working del Politecnico di Milano (circa 3,575 milioni di lavoratori agili nel 2025), perché le due rilevazioni usano definizioni operative diverse: Eurostat/Istat misura chi ha lavorato da remoto anche solo un giorno, il Politecnico applica criteri organizzativi più stringenti.
Il divario territoriale è ancora più marcato: a Milano lo smart working riguarda il 38,3% degli occupati, a Roma tra il 29 e il 30%, mentre nel settore ICT si sale addirittura al 60,2%. Fuori dalle grandi città e dai settori a più alta digitalizzazione, la pratica resta invece marginale — un elemento che ridimensiona parecchio la narrazione di uno smart working ormai "la norma" nel mondo del lavoro italiano.
Sul fronte del turnover, lo studio Stanford resta il riferimento più citato: la riduzione delle dimissioni volontarie osservata (-33% tra chi lavora da casa due giorni a settimana) è oggi uno degli argomenti più solidi a favore del modello ibrido, perché tocca direttamente i costi di selezione e formazione che le aziende sostengono a ogni sostituzione di personale.
"il problema non è dove lavori, ma se qualcuno si accorge di come lavori"
Mi avete chiesto
Lo smart working riduce la produttività delle aziende?
Secondo lo studio della Banca d'Italia su cinque anni di dati italiani (2019-2023), l'impatto medio è sostanzialmente nullo, con differenze significative tra aziende e settori.
Quanti lavoratori italiani fanno smart working?
Secondo Eurostat l'8,2% degli occupati italiani lavora abitualmente o occasionalmente da casa (2025), contro una media UE del 23%. L'Osservatorio del Politecnico di Milano, con criteri diversi, stima invece circa 3,575 milioni di lavoratori agili.
Lo smart working riduce davvero il turnover aziendale?
Secondo uno studio di Stanford University, lavorare da casa due giorni a settimana riduce le dimissioni volontarie del 33% circa, senza penalizzare produttività o possibilità di carriera.
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ALLA PROSSIMA PUNTATA E per te, lo smart working ha migliorato o peggiorato il modo in cui lavori? Diccelo nei commenti, con la tua esperienza concreta. |

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