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MORBOSA
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La storia che si sceglie di raccontare


La storia che si sceglie di raccontare
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C'è un momento preciso in cui un fatto di cronaca diventa una storia.

Non è quando succede. Non è quando la polizia apre il fascicolo o quando il giudice emette la sentenza. È quando qualcuno decide di raccontarlo e, soprattutto, decide come raccontarlo.

Quel momento è invisibile. Non compare nei podcast, non viene esplicitato nelle docuserie, non è parte del racconto. Eppure, è il momento più importante di tutti, perché da quella decisione dipende tutto il resto: chi diventa protagonista, chi sparisce, cosa rimane e cosa viene tagliato al montaggio.

Il true crime non racconta i fatti. Racconta una versione dei fatti. E la differenza, che sembrebbe ovvia, ha conseguenze enormi su come percepiamo i casi, le vittime, i colpevoli - e noi stesse come pubblico.


Prendiamo la struttura narrativa di qualsiasi podcast true crime di successo. C'è un'apertura che crea tensione; spesso la descrizione della scena del crimine, spesso in medias res, spesso con dettagli sensoriali calibrati per farci sentire presenti. C'è una progressione che rivela gli elementi uno alla volta, costruendo suspense anche quando l'ascoltatore sa già come va a finire. C'è una risoluzione (o la sua assenza significativa, nel caso dei cold case) che chiude l'arco narrativo.

È la struttura del romanzo poliziesco. È la struttura della tragedia greca. È la struttura che i nostri cervelli riconoscono e desiderano da millenni.

Il problema è che i fatti reali non hanno questa struttura. Ce la mettiamo noi.

E quando mettiamo una struttura narrativa su eventi reali, inevitabilmente scegliamo. Scegliamo cosa mettere all'inizio per creare impatto. Scegliamo quale testimonianza includere e quale omettere. Scegliamo il ritmo con cui rivelare le informazioni. Scegliamo il tono: empatico, distaccato, ironico, indignato.

Ogni scelta è editoriale. Ogni scelta costruisce una realtà.


La conseguenza più visibile, e più raramente discussa, è cosa succede alle vittime in questo processo.

Nei casi di omicidio, la vittima è per definizione assente. Non può raccontare la propria versione, non può correggere le interpretazioni, non può scegliere cosa rivelare e cosa tenere privato. Dipende interamente da chi racconta la sua storia - familiari, amici, investigatori, giornalisti, podcaster.

In moltissimi contenuti true crime, la vittima finisce per esistere quasi esclusivamente in funzione del crimine che ha subito. Sappiamo come è morta con un livello di dettaglio che spesso non sappiamo come viveva. Conosciamo le circostanze della sua fine meglio del suo lavoro, dei suoi affetti, delle sue ambizioni.

Diventa, nel gergo del settore, il corpo. Letteralmente il punto di partenza della storia - non la storia stessa.

Non è sempre mala fede. È spesso la logica narrativa che prende il sopravvento; perché una persona viva, complessa, contraddittoria, è più difficile da raccontare di una vittima definita dal momento della sua morte. La tragedia semplifica. E la semplificazione vende.


C'è un altro elemento che vale la pena nominare: chi viene scelto come protagonista.

Il true crime mainstream ha un pubblico implicito (prevalentemente bianco, occidentale, benestante) e tende a raccontare casi che rispecchiano quel pubblico. (I prodotti mainstream, ricordiamolo, sono prevalentemente prodotti d'Oltreocean).

 Le vittime dei casi più celebri condividono spesso caratteristiche demografiche precise: giovani, bianche, belle secondo i canoni dominanti, con vite che il pubblico riconosce come simili alle proprie.

Non è una regola assoluta. Ma è una tendenza abbastanza marcata da avere un nome: il fenomeno della "missing white woman syndrome" - la copertura mediatica sproporzionata riservata alle donne bianche scomparse rispetto a donne di colore, a uomini, a persone di classi sociali più basse, nelle stesse identiche circostanze.

Il true crime riproduce questa gerarchia. E noi, consumandolo senza interrogarci, la legittimiamo.


Detto questo (e lo dico sapendo di essere in contraddizione con me stessa) continuo a consumare true crime.

Eh, già. Continuo a trovarlo avvincente, illuminante, a volte persino necessario.

Perché la critica alla narrazione non è una condanna del genere. È uno strumento per guardarlo in modo diverso - con un occhio in più, quello che si chiede sempre: chi ha deciso di raccontare questa storia così? E cosa non ci stanno dicendo?

Il true crime migliore è quello che fa questa domanda su se stesso. Il resto è solo entertainment con un cadavere dentro.

E noi meritiamo di sapere la differenza.


Se sei arrivata fin qui, probabilmente sei già morbosa quanto me. Ci vediamo giovedì.

- Morbosa esce ogni giovedì -

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