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MORBOSA
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L'industria del dolore


L'industria del dolore
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Il true crime vale miliardi. Non è una metafora, è una stima di mercato. Il mercato globale dei podcast true crime supera il miliardo di dollari. In Italia il genere è esploso nell'ultimo decennio: podcast, docuserie, libri, programmi televisivi dedicati ai casi più noti. Avetrana, Cogne, il Mostro di Firenze, il caso Yara… ogni storia diventa contenuto, e il contenuto genera audience, e l'audience genera denaro.

Qualcuno guadagna su tutto questo. Molti, in realtà. E vale la pena chiedersi chi e come.


Il modello economico del true crime si basa su una materia prima che non si esaurisce mai: il dolore altrui. Non lo dico in modo accusatorio, è semplicemente la struttura del genere. Un omicidio, una scomparsa, una storia di abuso diventano contenuto. Il contenuto genera audience. L'audience genera ricavi pubblicitari, abbonamenti, vendite.

La famiglia della vittima non vede nulla di tutto questo. In Italia le tutele legali per i familiari delle vittime nei confronti dei media sono limitate. La storia di una persona morta è, nella maggior parte dei casi, di pubblico dominio. Chiunque può raccontarla. Chiunque può monetizzarla.

E chiunque lo fa, spesso senza mai aver parlato con chi quella storia la vive davvero.

Questo non significa che farlo sia sbagliato per definizione. Significa che farlo senza rendersene conto  (senza considerare il peso di quella scelta) è un problema.


In Italia il caso di Avetrana è forse l'esempio più clamoroso di questo meccanismo. La scomparsa e la morte di Sarah Scazzi nel 2010 è diventata un fenomeno mediatico totale: dirette televisive, programmi di approfondimento, libri, poi una serie televisiva. Le famiglie coinvolte sono state esposte per anni ad una copertura senza precedenti.

La serie tv prodotta anni dopo ha sollevato una questione precisa: fino a che punto la ricostruzione drammatica di una storia vera rispetta le persone reali che contiene? Chi ha il diritto di decidere come viene raccontata la morte di qualcuno?

Non sono domande con risposte semplici. Sono domande che l'industria del true crime, italiana e non, fatica sistematicamente a porsi; perché porsi queste domande rallenta la produzione, e la produzione non può permettersi di rallentare.


Esistono gradazioni in questo mercato. Da un lato i giornalisti investigativi che usano il formato true crime per riaprire casi dimenticati, come Trincia con Veleno, o chi ha contribuito a mantenere viva l'attenzione su Nada Cella per venticinque anni.

Dall'altro: i programmi televisivi che ricostruiscono omicidi con attori e musiche drammatiche, i tour dei luoghi del delitto che si organizzano intorno ai casi più celebri, i contenuti social che usano casi reali come sfondo estetico per video di pochi secondi.

In mezzo c'è la maggior parte del true crime - moralmente ambiguo, economicamente redditizio, esteticamente curato, eticamente pigro. Non abbastanza cattivo da essere condannabile. Non abbastanza buono da essere esemplare.

Proprio come noi che lo consumiamo.


Il problema non è il mercato in sé. Il problema è la sua invisibilità.

Quando guardiamo una puntata su un caso italiano non pensiamo al fatto che quella storia viene monetizzata. Non pensiamo che il canale sta guadagnando sulla scomparsa di una persona reale - e che quella persona reale, o la sua famiglia, potrebbe non aver mai acconsentito a nulla di tutto questo.

Consumare true crime con consapevolezza non significa smettere di consumarlo. Significa scegliere... cosa sostenere, cosa no, e cosa si è disposti a finanziare con la propria attenzione.

L'attenzione è valuta. La stiamo spendendo comunque; tanto vale sapere dove va.


Se sei arrivata fin qui, probabilmente sei già morbosa quanto me. Ci vediamo giovedì.

- Morbosa esce ogni giovedì -

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