C'è una scena in un programma televisivo italiano dedicato ad un caso di cronaca nera che mi è rimasta in testa.
Non è una scena violenta. È una scena in cui il condannato parla - di sé, della sua storia, delle sue ragioni. Parla bene, con quella fluidità che a volte sorprende quando non corrisponde all'immagine del mostro che ci siamo costruiti. E la telecamera lo segue, lo inquadra, quasi lo studia.
Mi sono chiesta per quanto tempo avevo guardato prima di ricordarmi chi stavo guardando. La risposta non mi è piaciuta.
Il true crime italiano ha un rapporto complicato con i colpevoli, e lo sa. Lo sa, e spesso non cambia nulla.
Da un lato c'è la "mostrificazione": il criminale come entità sovrumana, incomprensibile, radicalmente altra. È la lettura più diffusa, quella che permette di guardare senza sentirsi complici. Se il male è un mostro, noi che non siamo mostri siamo al sicuro; qundi il programma che guardiamo è solo uno studio naturalistico su una specie diversa dalla nostra.
Il caso di Pietro Maso è uno degli esempi italiani più discussi di questo meccanismo nel suo polo opposto: la romanticizzazione.
Nel 1991 un ragazzo di diciannove anni uccise i propri genitori a Montecchia di Crosara, in provincia di Verona. La motivazione: l'eredità. Durante gli anni di detenzione divenne progressivamente una figura mediatica. Interviste, un libro, un fidanzamento seguito dalla stampa... Il confine tra interesse criminologico e fascinazione era, in certi momenti, difficile da trovare.
Non lo cito per giudicarlo (né lui né chi lo ha intervistato). Lo cito perché il suo caso mostra con chiarezza il meccanismo: il colpevole che diventa protagonista, la vittima che rimane sullo sfondo, il crimine che diventa storia e la storia che diventa intrattenimento.
Entrambe queste letture (mostrificazione e romanticizzazione) hanno in comune una cosa: non vedono la persona.
Il mostro non è una persona. L'icona mediatica non è una persona. Sono entrambe proiezioni - del nostro bisogno di ordine morale, nel primo caso, del nostro bisogno di trasgressione sicura, nel secondo.
Il problema con la mostrificazione è che ci rende ciechi. Se il male è incomprensibile per definizione, non possiamo riconoscerlo quando si presenta in forme meno ovvie; non nella figura del predatore da manuale, ma nel collega, nel vicino, nel familiare. La maggior parte della violenza non viene da mostri. Viene da persone che hanno fatto scelte, spesso in contesti che le rendevano più probabili, spesso con segnali che qualcuno ha visto e ignorato.
Il problema con la romanticizzazione è diverso, ma altrettanto serio: cancella le vittime un'altra volta. Costruisce una narrativa in cui il protagonista, quello che riceve l'attenzione, le interviste, lo spazio mediatico, è chi ha causato il danno. Le vittime restano sullo sfondo, nomi in un fascicolo, dettagli di un caso.
Il true crime che fa il suo lavoro non mostrifica e non romanticizza. Fa la cosa più difficile: tratta il colpevole come una persona - con tutto il peso e tutta la complessità che questo comporta.
Una persona che ha fatto scelte. Una persona che ha una storia. Una persona che esisteva prima del crimine e non si riduce ad esso, anche se il crimine è reale, anche se le vittime sono reali, anche se il dolore causato è permanente.
Tenere insieme tutto questo, la complessità del colpevole ed il dolore delle vittime, la comprensione ed il giudizio, è il lavoro più difficile che il true crime potrebbe fare. E il motivo per cui la maggior parte non lo fa.
È più facile un mostro. È più facile un'icona. È più facile il buio con la colonna sonora giusta.
È più facile guardare senza pensare a cosa stiamo guardando.
Se sei arrivata fin qui, probabilmente sei già morbosa quanto me. Ci vediamo giovedì.
- Morbosa esce ogni giovedì -

I commenti degli utenti:
Non sono presenti commenti di altri utenti