Mappa Interattiva - dove le persone incontrano le attività
Il benessere, oggi, non è più solo una direzione. Spesso è diventato un dovere, una prestazione, un’identità da esibire. E quando il “prenditi cura di te” suona come “se non stai bene è colpa tua”, il benessere smette di essere cura e diventa pressione sociale.
Iscriviti e fai iscrivere al canale G-Channel Francesco Palmieri
Non è un’impressione vaga: la ricerca mostra che percepire una pressione sociale a essere felici e a non provare emozioni negative è associato a peggiori indicatori di benessere (più emozioni negative, meno emozioni positive, minore soddisfazione di vita e più sintomi di depressione/ansia/stress).
Quando il benessere diventa performance
Nell’idea di wellness “moderna” c’è una promessa: ottimizza tutto. Sonno, alimentazione, allenamento, produttività, mindset. Ma la promessa nasconde una trappola: se puoi ottimizzare tutto, allora dovresti farlo sempre.
Lo stesso studio multinazionale su 40 paesi (7.443 partecipanti) descrive come i messaggi culturali che esaltano la felicità e stigmatizzano la negatività possano creare una norma emotiva irraggiungibile, con conseguenze ironiche: più ruminazione, più solitudine e più disagio.
Qui il punto non è “la felicità fa male”, ma che l’obbligo di essere felici può far male.
“Devi stare bene” è una forma di controllo
C’è una differenza enorme tra:
-
“Mi prendo cura di me.”
-
“Devo dimostrare che mi prendo cura di me.”
Quando il benessere diventa vetrina, succedono due cose:
-
Inizi a misurarti continuamente rispetto a uno standard esterno (routine perfette, corpi perfetti, serenità perfetta).
-
Inizi a considerare le emozioni “scomode” come errori da eliminare, invece che segnali da ascoltare.
Psychology Today definisce la toxic positivity proprio come la pressione a mantenere un atteggiamento positivo, rifiutando o invalidando le emozioni negative.
E quando questa pressione è sociale, diventa ancora più potente: non stai più inseguendo il benessere, stai inseguendo approvazione.
Il paradosso: più insegui, meno trovi
Lo studio su Scientific Reports mostra che la pressione a essere felici è collegata a peggior benessere, e che questa relazione risulta particolarmente marcata nei paesi con alto livello di “felicità nazionale” (World Happiness Index).
Gli autori sottolineano che il loro lavoro è correlazionale (quindi non prova causalità), ma il segnale è chiaro: quando la felicità diventa norma sociale, sentirsi “non ok” diventa anche colpa e vergogna.
È qui che il benessere si trasforma in stress:
-
Non soffri solo per quello che vivi.
-
Soffri perché pensi di non avere il diritto di viverlo.
Il ruolo dell’auto-misurazione
Aggiungiamo un altro ingrediente moderno: la “quantificazione” del benessere. Sonno, passi, calorie, HRV, mindfulness streak, produttività.
Non è tutto negativo: il self-tracking può aumentare consapevolezza e aiutare alcune persone a gestire meglio salute e abitudini.
Ma la stessa revisione sistematica su JMIR evidenzia anche la necessità di studiare il dark side del self-tracking, incluse conseguenze psicosociali avverse e il modo in cui le persone elaborano emotivamente i dati che ricevono.
Se il dato diventa giudizio, la cura diventa ansia.
Una via più realistica (e più umana)
Per me, benessere non significa essere sempre centrati. Significa tornare al centro, ogni volta che ti perdi. E soprattutto: smettere di trattare la vita emotiva come un problema da correggere.
Due spostamenti semplici, ma profondi:
-
Da “Devo stare bene” a “Posso stare con quello che c’è, e scegliere il prossimo passo.”
-
Da “Essere felice è l’obiettivo” a “Essere presente è la base.”
E se c’è una cosa che vale la pena normalizzare, oggi, è questa: stare male ogni tanto non è fallimento. È umanità.
"Inserisci e fai inserire la tua Azienda o l'azienda di prossimità a costo zero".
"Siamo noi il tuo alleato digitale e con un semplice clic il tuo articolo puoi condividerlo su tutte le piattaforme"

I commenti degli utenti:
Non sono presenti commenti di altri utenti