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Violenza sulle donne, stalking e revenge porn: l’avvocata Elisabetta Renieri spiega come chiedere aiuto, proteggersi e ritrovare la propria voce.
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Violenza sulle donne: perché ascoltare è il primo passo verso la giustizia
La violenza non lascia soltanto lividi visibili. A volte si nasconde nelle parole, nelle minacce, nel controllo quotidiano e nella paura di compiere gesti che dovrebbero appartenere alla libertà di ogni persona. Altre volte viaggia attraverso uno schermo, trasformandosi in persecuzione, ricatti e diffusione illecita di immagini intime.
In ogni caso, chi subisce violenza ha bisogno di essere ascoltato, creduto e accompagnato verso un percorso di tutela. Perché trovare il coraggio di chiedere aiuto è già un passo importante, ma incontrare qualcuno capace di accogliere quella richiesta senza giudicare può fare davvero la differenza.
Di violenza fisica e psicologica, centri antiviolenza, stalking e revenge porn ha parlato l’avvocata penalista Elisabetta Renieri, del Foro di Firenze, intervistata da Carla Cavicchini per Gisciane Magazine TV di Torino. Un confronto che mette al centro non soltanto gli strumenti giuridici disponibili, ma soprattutto il valore dell’empatia, della formazione e della capacità di proteggere chi trova la forza di raccontare la propria esperienza.
L’empatia: il primo passo per accogliere chi subisce violenza
Quando una donna decide di rivolgersi a un centro antiviolenza o a un’avvocata, spesso arriva dopo aver attraversato un lungo periodo di paura, isolamento e incertezza. Raccontare ciò che è accaduto può essere doloroso e richiede un coraggio che non sempre viene riconosciuto.
Per Elisabetta Renieri, l’empatia rappresenta un elemento fondamentale nell’assistenza alle vittime. I centri antiviolenza svolgono un ruolo essenziale nell’offrire accoglienza, sostegno e protezione alle persone che subiscono maltrattamenti e altri reati legati alla violenza.
Tuttavia, non basta conoscere le procedure o sapere quali strumenti legali attivare. È necessario saper ascoltare senza giudicare, comprendere la vulnerabilità di chi si trova davanti e costruire un rapporto di fiducia.
«Una donna che arriva in un centro antiviolenza e viene accolta da un’avvocata deve sentirsi compresa, capita», spiega Renieri.
È proprio qui che si misura la qualità dell’accoglienza. Non colpevolizzare la vittima, non mettere in discussione il suo vissuto e non sottoporla a domande inutili significa evitare che la richiesta di aiuto si trasformi in un’ulteriore esperienza di sofferenza.
Chi ha subito violenza non deve essere costretto a giustificarsi per ciò che è accaduto. Ha bisogno, invece, di trovare professionisti preparati, capaci di accompagnarlo con rispetto e competenza.
Vittimizzazione secondaria: quando chiedere aiuto diventa più difficile
Il rischio di vittimizzazione secondaria è uno degli aspetti più delicati nella gestione dei casi di violenza. Si verifica quando la persona che ha già subito un abuso viene esposta a comportamenti, domande o atteggiamenti che ne aggravano il disagio, facendola sentire nuovamente giudicata o responsabile di ciò che è accaduto.
Per questo, sottolinea l’avvocata, è indispensabile una preparazione adeguata. Chi opera nell’ambito della tutela delle vittime deve conoscere le dinamiche della violenza, riconoscerne le conseguenze e offrire informazioni chiare, rispettando tempi e bisogni della persona.
L’obiettivo non è soltanto avviare un procedimento giudiziario, ma fare in modo che chi denuncia non si senta abbandonato proprio nel momento in cui sta cercando di riprendere in mano la propria vita.
L’ascolto, quindi, non è un dettaglio accessorio: è parte integrante di un percorso di tutela efficace. Accogliere significa riconoscere la sofferenza, evitare giudizi e consentire alla persona di comprendere quali possibilità abbia a disposizione.
Educazione affettiva nelle scuole: serve una maggiore consapevolezza
La prevenzione della violenza non può cominciare soltanto quando si verifica un episodio grave. Deve partire molto prima, attraverso l’educazione al rispetto, la capacità di riconoscere le relazioni malsane e la comprensione dei confini personali.
Interrogata sulla sensibilizzazione delle scuole, Elisabetta Renieri esprime perplessità e sottolinea quanto resti ancora da fare.
Secondo l’avvocata, in assenza di percorsi strutturati e uniformi di educazione alla sessualità e all’affettività, molto dipende dalla sensibilità dei singoli insegnanti e dei dirigenti scolastici. Una situazione che rende evidente la necessità di investire maggiormente nella prevenzione e nella formazione delle nuove generazioni.
Parlare di consenso, rispetto reciproco, libertà individuale e gestione delle emozioni significa fornire ai più giovani strumenti concreti per riconoscere comportamenti abusivi e comprendere che il controllo non è una dimostrazione d’amore. Allo stesso modo, la gelosia non può diventare una giustificazione per minacce, intimidazioni o limitazioni della libertà altrui.
Educazione e prevenzione sono componenti essenziali di una strategia capace di contrastare la violenza prima che degeneri. Imparare a riconoscere i segnali di una relazione pericolosa può aiutare a intervenire tempestivamente e a chiedere sostegno prima che la situazione diventi insostenibile.
Revenge porn, stalking e intelligenza artificiale: la violenza corre anche online
Accanto alle forme tradizionali di abuso, si sono sviluppate modalità di persecuzione e intimidazione che sfruttano le tecnologie digitali. Stalking, revenge porn e manipolazione delle immagini possono compromettere la serenità, la reputazione e la sicurezza delle persone coinvolte.
La diffusione non consensuale di immagini intime, in particolare, può trasformare contenuti privati in strumenti di ricatto e umiliazione. Le nuove possibilità offerte dall’intelligenza artificiale rendono inoltre possibile creare o manipolare immagini e video realistici, aumentando i rischi di abuso e di diffusione di contenuti falsi.
Di fronte a queste situazioni, la prima raccomandazione è non isolarsi. Chi subisce minacce, ricatti o persecuzioni online può rivolgersi alle forze dell’ordine, in particolare alla Polizia Postale, e chiedere sostegno a un centro antiviolenza.
Come ricorda Renieri, le autorità dispongono di strumenti investigativi per individuare i responsabili e possono intervenire, secondo le procedure previste, per contrastare la diffusione illecita dei contenuti e favorirne la rimozione attraverso i canali appropriati.
Quando possibile e senza esporsi a ulteriori rischi, conservare messaggi, schermate, indirizzi web e altre prove delle condotte subite può essere utile per ricostruire i fatti. È importante, però, non affrontare da soli chi minaccia o ricatta e non lasciare che la vergogna impedisca di chiedere aiuto.
La responsabilità non è di chi subisce la violenza. Chi è vittima di una manipolazione, di un ricatto o di una persecuzione digitale non deve sentirsi colpevole per ciò che altri hanno scelto di fare.
Rompere il silenzio significa anche comprendere che la violenza online è reale e può avere conseguenze profonde nella vita quotidiana. Per questo, la tutela deve procedere insieme alla sensibilizzazione e alla conoscenza degli strumenti disponibili.
1522: il numero da conoscere per chiedere aiuto
Tra gli strumenti di sostegno a disposizione delle vittime c’è il 1522, il servizio pubblico antiviolenza e stalking, gratuito e attivo 24 ore su 24. Attraverso questo servizio è possibile ricevere ascolto e indicazioni per individuare il centro antiviolenza più adatto alle proprie esigenze.
Anche le forze dell’ordine rappresentano un punto di riferimento per chi intende denunciare o presentare querela. Nel corso dell’intervista, Renieri ricorda inoltre l’importanza di fornire alle persone offese informazioni sui centri antiviolenza presenti sul territorio.
Sapere a chi rivolgersi può fare la differenza, soprattutto quando la paura rende difficile individuare il primo passo. Avere un riferimento concreto significa non dover affrontare da soli una situazione che può sembrare insormontabile.
Il messaggio dell’avvocata penalista del Foro di Firenze è chiaro: nessuna vittima deve sentirsi sola o vergognarsi della violenza subita. La rete di protezione è fondamentale, ma è altrettanto importante renderla accessibile, rafforzare la formazione degli operatori e promuovere una cultura dell’ascolto che non lasci spazio al giudizio.
Dalla consapevolezza all’azione: rompere il silenzio è possibile
Contrastare la violenza significa intervenire su più fronti: garantire tutela giuridica, rafforzare i centri antiviolenza, investire nella prevenzione e sviluppare una maggiore consapevolezza dei rischi legati all’ambiente digitale.
Significa anche imparare ad ascoltare senza cercare colpe dove non ce ne sono e offrire sostegno senza imporre tempi o decisioni a chi sta affrontando un momento difficile.
Le parole di Elisabetta Renieri, avvocata penalista del Foro di Firenze, riportano l’attenzione su un principio fondamentale: la protezione comincia quando una persona trova qualcuno disposto ad ascoltarla con rispetto e competenza.
Se tu o una persona che conosci state vivendo una situazione di violenza o stalking, chiedere aiuto può essere il primo passo verso la sicurezza. In caso di pericolo immediato, contatta il 112; per orientamento e sostegno puoi rivolgerti al 1522 o a un centro antiviolenza.
Per approfondire questi temi, conoscere le esperienze dei professionisti e restare aggiornati sull’attualità, Segui G-Channel e iscriviti e fai iscrivere al canale G-channel Carla Cavicchini Giornalista. La consapevolezza cresce anche attraverso l’informazione e la condivisione di testimonianze capaci di aiutare chi si trova in difficoltà.
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