Dagli anni Settanta il "raptus" entra nel lessico della psichiatria forense italiana come categoria clinica: uno stato improvviso e temporaneo in cui la capacità di intendere e di volere salta, travolta da una scarica emotiva. La definizione è vaga, e lo è per costruzione. Suona abbastanza medica da sembrare scienza ed è abbastanza larga da adattarsi a quasi tutto.
Negli anni il termine esce dalle perizie e finisce nei titoli. Per strada perde quel poco di clinico che aveva e diventa un'altra cosa, cioè una storia. Una storia comoda, che sembra spiegare e invece non spiega niente, e che alleggerisce la colpa senza bisogno di assolverla apertamente.
Oggi nei manuali aggiornati di psichiatria forense la parola quasi non si trova più. Il DSM e l'ICD non la prevedono, e nessuno ne ha mai individuato una base neurologica. Come diagnosi, il raptus non esiste.
Nei titoli dei giornali italiani, invece, sta benissimo.
Per capire che peso abbia bisogna guardare dove viene usato, e, soprattutto, dove no.
Compare quasi sempre quando un uomo uccide la moglie o la compagna, quando aggredisce un familiare dopo una lite, quando la violenza esplode in casa o dentro una relazione. A tenere insieme questi casi non sono la gravità del reato o una malattia mentale accertata, ma una combinazione precisa: un uomo, una relazione, un contesto domestico.
Non compare quasi mai quando la premeditazione è evidente, quando a commettere il crimine è una donna, quando i fatti avvengono fuori dalla famiglia. Sarebbe una follia ben strana, questa, se colpisse solo certi uomini e solo in certe situazioni.
Ovviamente non è un caso. Al raptus si ricorre quando di una violenza si vuole dare una spiegazione più che una condanna, quando il colpevole è "uno di noi": un uomo qualunque, con una vita qualunque, che per un attimo ha perso il controllo. Così si traccia un confine immaginario tra lui e i criminali "veri", e chi gli somiglia resta al sicuro dalla parte giusta.
Sul piano giuridico, tutto questo pesa. E pesa in un modo che a prima vista sembra un paradosso, perché su questo punto la legge italiana è chiarissima.
L'articolo 90 del Codice Penale stabilisce che gli stati emotivi o passionali non escludono né diminuiscono l'imputabilità. La gelosia, la rabbia, l'umiliazione di essere lasciati non valgono come attenuanti. Per il codice, un "raptus di gelosia" semplicemente non conta.
È una norma del 1930, e ha una sua logica severa: se bastasse un'emozione forte per essere meno responsabili, quasi ogni delitto avrebbe la sua scusa. Nel tempo la giurisprudenza ha tracciato un solo varco. L'emozione può avere rilievo quando si innesta su una condizione patologica, quando cioè smette di essere un sentimento e diventa un'infermità.
È lì che entra in gioco il vizio parziale di mente, previsto dall'articolo 89: se al momento del fatto la capacità di intendere o di volere era "grandemente scemata", la pena può essere ridotta fino a un terzo. Negli anni diverse sentenze lo hanno riconosciuto in casi in cui la perizia parlava di "reazione a corto circuito", un'espressione tecnica che indica una risposta abnorme e immediata a uno stimolo emotivo, e che nella pratica finisce spesso per coincidere con il raptus della cronaca.
Quello che il codice lascia fuori dalla porta, insomma, a volte rientra dalla finestra con un nome diverso. La passione da sola non riduce la pena. La passione ribattezzata disturbo, qualche volta, sì.
Così alcuni crimini gravi, commessi tra le mura di casa, si sono chiusi con pene ridotte. Non sempre e non per regola, ma abbastanza spesso da lasciare l'impressione che certi omicidi siano diversi dagli altri: meno voluti, meno punibili.
La perizia psichiatrica serve, e deve esserci. Quello che mi preoccupa è il vocabolario della psichiatria preso in prestito dai media, che arriva prima del giudizio e, a volte, lo orienta, quando semmai dovrebbe seguirlo.
Chi legge "raptus" in un titolo, del resto, quasi mai sa che per la legge l'emozione non scusa niente. Il messaggio che gli arriva è un altro: quell'uomo, per un attimo, non era in sé. E un'opinione pubblica convinta di questo guarderà con indulgenza a ogni pena ridotta, perché le sembrerà la conferma di qualcosa che il giornale le aveva già detto.
Resta un'ultima cosa, e riguarda chi legge.
Quando in un titolo troviamo "raptus di gelosia", qualcuno ha già deciso per noi come leggere il fatto, prima ancora che apriamo l'articolo. Sappiamo che c'era la gelosia, che è stato un raptus, che è successo all'improvviso e che in fondo nessuno poteva capirlo.
Da lì in poi tutto passa attraverso quella lente. Diventa più difficile accorgersi della pianificazione, se c'è stata, degli episodi precedenti, dei segnali che qualcuno aveva visto e lasciato cadere.
Quella parola, in pratica, ci dice come leggere. E finché continueremo a prenderla per buona, tratteremo la violenza come un'eccezione anche quando segue sempre lo stesso schema.
La prossima volta che la incontrate, fermatevi un momento. Chiedetevi chi l'ha scelta, e perché quella spiegazione era più comoda di tutte le altre.
Se sei arrivata fin qui, probabilmente sei già morbosa quanto me. Ci vediamo giovedì.
- Morbosa esce ogni giovedì -

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