Esiste una parola tedesca - Schadenfreude - per descrivere il piacere che si prova di fronte alla sfortuna altrui. Non è considerata una qualità ammirevole, ovviamente, ma è abbastanza universale (da non credere!) da avere un nome.
Non esiste ancora una parola per descrivere quello che proviamo guardando il true crime. Qualcosa che stia a metà tra l'empatia genuina, il sollievo egoistico ("non sono io"), la curiosità intellettuale ed il piacere narrativo. Qualcosa che non è del tutto pulito ma non è nemmeno del tutto sporco.
Lo chiameremo, per comodità, la zona grigia. È lì che abita la maggior parte di noi.
L'empatia, nel senso proprio del termine, è la capacità di sentire quello che sente un'altra persona. Non di immaginarlo - di sentirlo, almeno parzialmente, nel proprio corpo.
Il voyeurismo è il piacere di guardare senza essere visti (e senza essere toccati). Una distanza che protegge dall'esperienza reale mentre ne permette il consumo.
Questi due stati sono presentati spesso come opposti. L'empatia è nobile, il voyeurismo è morboso. Ma nella pratica del true crime coesistono in modo inestricabile - e separarli è più difficile di quanto sembri.
Quando ascoltiamo la storia di una vittima e proviamo dispiacere genuino per lei, stiamo empatizzando. Quando continuiamo ad ascoltare anche quando diventa scomodo, quando i dettagli si fanno più duri e noi non spegniamo, quando il brivido supera il dispiacere - lì comincia il voyeurismo.
Il problema è che quel confine non si attraversa con un passo netto. Si scivola. Lentamente, senza accorgersene, con le cuffie nelle orecchie mentre si cucina.
C'è un fenomeno che gli psicologi chiamano compassion fatigue - affaticamento da compassione. Si verifica quando l'esposizione prolungata al dolore altrui produce un progressivo ottundimento emotivo (incapacità o la ridotta capacità di provare emozioni profonde).
Non si smette di sentire per cattiveria - si smette per sopravvivenza psicologica.
Il true crime è, tra le altre cose, una palestra di compassion fatigue. Più casi consumiamo, più il singolo caso perde peso. La vittima numero quarantasette pesa meno della vittima numero uno. Non perché siamo diventati cattivi - perché ci siamo abituati.
E l'abitudine è il punto in cui l'empatia lascia spazio al voyeurismo senza che ce ne accorgiamo.
Non ho una soluzione per questo. Non esiste un'igiene emotiva del true crime che funzioni davvero - un modo di consumarlo che preservi l'empatia intatta e non scivoli mai nel voyeurismo.
Quello che esiste è la consapevolezza. La capacità di fermarsi ogni tanto e chiedersi: cosa sto provando adesso? Sto guardando questa storia o sto guardando attraverso di essa?
La vittima è ancora una persona reale - con una famiglia reale, con amici reali, con qualcuno che ancora la cerca nei sogni. Ricordarselo non cambia quello che siamo. Ma cambia come ci comportiamo.
E forse è abbastanza.
Se sei arrivata fin qui, probabilmente sei già morbosa quanto me. Ci vediamo giovedì.
- Morbosa esce ogni giovedì -

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