Lo stretto di Hormuz è “salito alla ribalta” il 28 febbraio dopo la sua chiusura da parte dall’Iran come conseguenza dell’attacco congiunto di Stati Uniti e Israele. Si tratta di un canale, largo circa 33 chilometri, che collega il Golfo Persico all’Oceano Indiano.
Da questo passaggio transita circa un quarto del greggio mondiale e il 20% del gas naturale liquefatto consumato quotidianamente, il suo blocco ha interrotto le consegne di petrolio e gas dai Paesi del Golfo e, di conseguenza, il prezzo dei carburanti è salito vertiginosamente.
L’aumento del prezzo del petrolio e del gas è il segnale immediato e più visibile del problema e ha già avuto un forte impatto sul costo dei prodotti alimentari e dei beni al consumo che viaggiano in massima parte su gomma. Per cui crescono sensibilmente i prezzi di frutta, verdura, carne e uova; secondo Assoutenti, anche legna da ardere e pellet registrano un aumento dell’8,2%.
Questa guerra, però, non porta solo una crisi energetica perché da Hormuz transitano anche fertilizzanti, plastiche, alluminio, prodotti petrolchimici e altre materie intermedie e questo ha effetti anche sull’industria, la chimica, la logistica. E ne risentono i prezzi al consumo di tutti i beni.
Ad aprile il costo, per i consumatori finali, è cresciuto del 6,5 per cento rispetto ad aprile 2025; si tratta di un aumento superiore al tasso di inflazione che - provvisoriamente - risulta al 2,8 per cento. Stesso aumento, se non di più, si riscontra anche all’ingrosso, per cui sono possibili ulteriori incrementi dei prezzi al dettaglio.
Sono preannunciati aumenti anche per le tariffe telefoniche da tutti i principali operatori del settore (che in Italia registra i prezzi tra i più convenienti in Europa) e, una volta passata la crisi, si presume che i costi non torneranno quelli di prima.
Secondo il Codacons, stanti gli ultimi dati disponibili, il tutto si traduce in una “stangata” media da +926 euro annui per una famiglia tipo, fino a +1.279 euro annui per un nucleo con due figli.
Anche i mercati finanziari e monetari ne risentono e, benché la Banca Centrale Europea mantenga per ora i tassi interesse invariati, le Imprese hanno già segnalato un accrescimento sui prestiti bancari.
L’Europa, rispetto al passato, è più preparata. L’esperienza accumulata durante la crisi energetiche precedenti ha limitato l’impatto, ma resta un grande importatore di energia e si rischia una fase difficile con una crescita debole e un’inflazione crescente.
L’Italia potrebbe essere maggiormente esposta perché ha una posizione di debolezza strutturale e potremmo trovarci tra energia più cara, consumi più deboli, industria sotto pressione e margini di bilancio limitati con il rischio di un ulteriore rallentamento dell’economia nazionale.
Quanto più il conflitto si prolunga tanto più cresce la probabilità che si realizzi questo quadro di stagnazione economica; un peggioramento significativo che se, il conflitto durerà a lungo o si allargherà, si farà inevitabilmente più pesante.
Le speranze di un accordo di pace paiono affievolite e, con ciò, aumenta il rischio che la crisi energetica globale si prolunghi e che si aprano nuovi scenari per le operazioni militari.
Per spezzare questa spirale sarebbe opportuno togliere la parola alle armi e restituirla alla politica, alimentando le iniziative improntate alla ricerca delle condizioni di una pace giusta e duratura.
E questo non solo per ragioni economiche, ma perché un mondo in pace è il nostro bene più prezioso e la pace è un diritto fondamentale ed essenziale per la sopravvivenza e la tutela dei diritti umani.
L’armonia globale è necessaria per sconfiggere la povertà, garantire la cooperazione internazionale e costruire un futuro sostenibile anche in Italia.
Perché la pace non è solo assenza di guerra, ma è una condizione attiva basata su giustizia, rispetto reciproco e solidarietà e richiede, a tutti, un impegno costante per essere costruita e difesa.

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