



Appare singolare che l’identità russa nei secoli nasca attorno a Kiev, non a Mosca o a Pietroburgo. Le popolazioni ‘Rus’ si aggregano secoli fa nei territori che sono oggi Ucraina orientale costituendo quindi l'origine medievale sia dello Stato ucraino sia di quello russo.
Una monarchia si formò verso la fine del IX secolo, con capitale Kiev, si estendeva su ampie zone di quelli che oggi sono gli Stati di Russia, Ucraina, Bielorussia, Polonia, Romania, Bulgaria, Moldavia, Estonia, Lettonia e Lituania. I popoli che rientravano all'interno di questo territorio erano prevalentemente slavi-orientali, cui si aggiunsero genti per effetto di varie invasioni e migrazioni scandinave.
A partire dal IX secolo, infatti, anche l’Europa Orientale venne interessata dagli spostamenti delle popolazioni scandinave norrene, i cosiddetti vichinghi, gli abitanti di quella che oggi è la Svezia che esplorarono e colonizzarono le vaste distese di questi territori, sfruttando i grandi fiumi come il Dnepr e il Don per collegare le loro rotte commerciali dal Mar Baltico al Mar Nero, e quindi a Costantinopoli.
Queste popolazioni norrene, note come variaghi, venivano chiamate anche rus, cioè “rematori” nell’antica lingua germanica scandinava (imparentato con to row, "remare" in inglese). È da questo termine che deriva la parola “Russia”.
Fra le città variaghe, quella ad emergere e ad arricchirsi più di tutte fu proprio Kiev; all’apice della sua potenza, nell’XI secolo, la Rus' di Kiev si estendeva dal Mar Baltico a nord al Mar Nero a sud. Cessò di esistere nel XIII secolo a causa di lotte intestine, ma soprattutto del saccheggio e della distruzione della città da parte dei mongoli.
Dopo la frammentazione politica a est emerse il Granducato di Moscovia mentre a ovest i territori corrispondenti all’attuale Ucraina divennero parte della Confederazione polacco-lituana.
È proprio in questo periodo che la parola “Ucraina”, che in antico slavo vuol dire “Terra di confine” cominciò a entrare nell’uso comune per denominare quelle terre, fino ad allora conosciute come “Piccola Russia”, in contrapposizione alla “Grande Russia” di Mosca.
Alla metà del XVII secolo i cosacchi della regione di Zaporizha e i contadini ucraini si ribellarono al dominio polacco, provocando una sanguinosa guerra civile fra ortodossi e cattolici che vide massacri di polacchi e di ebrei da parte dei rivoltosi. La Polonia-Lituania alla fine fu costretta a riconoscere l’indipendenza di un nuovo stato, chiamato Etmanato Cosacco, da molti storici ritenuto il primo embrione di stato ucraino. L’etmanato però non durò a lungo, e già durante il XVIII secolo finì col divenire parte dell’Impero russo, che impose il proprio dominio su gran parte di quelle terre. Fra le varie rivendicazioni russe per legittimare il proprio passato, vi era quella di porsi come eredi legittimi del glorioso passato della Rus' di Kiev, considerandosi in continuità con essa.
Gli zar mal tolleravano le differenze culturali all’interno dei propri territori e cominciò un violento periodo di repressione culturale e russificazione di tutte le minoranze, compresi gli ucraini, che furono i più colpiti fin dall’inizio del XIX secolo. Questo stato di cose continuò anche al tempo dell’Unione Sovietica. Dei movimenti autonomisti ucraini si batterono contro l'Armata Rossa durante la guerra civile russa (1917-1922), e vennero sconfitti.
In seguito, la repressione culturale proseguì, anche in maniera piuttosto violenta, come nel caso dell’Holodomor, la carestia che colpì l’Ucraina (ma non solo) tra il 1932 e il 1933 a seguito di una campagna di collettivizzazione forzata specie contro i piccoli proprietari contadini (i kulaki), Sono infatti loro tra i più decisi oppositori dei programmi economici comunisti lanciati da Iosif Stalin, consapevole del persistere delle forze indipendentiste ucraine. In Ucraina scoppia la grande fame (Holodomor): tra repressione militare e crollo della produzione agricola in due anni si calcola siano morte sino a circa 4 milioni di persone.
Quando la Germania nazista invase l'Unione Sovietica nel 1941, occupando l’Ucraina, molti nazionalisti locali scelsero di collaborare coi nazisti in chiave antirussa, prendendo anche parte allo sterminio degli ebrei sovietici, mentre molti altri continuarono a combattere tra le file dell'Armata Rossa, creando una spaccatura all'interno dello stesso popolo ucraino. Dopo il 1942 i sovietici riconquistano gradualmente il territorio e scacciano i tedeschi. Nel 1944 Stalin ordina la deportazione di circa 200.000 tatari di Crimea e altre etnie che rifiutavano il dominio russo. Dopo la fine della Seconda guerra mondiale, movimenti separatisti di guerriglia rimasero attivi in Ucraina orientale per anni.
I confini attuali dell’Ucraina sono stati disegnati alla fine della Seconda guerra mondiale, con la sconfitta del nazismo e l’espansione verso Ovest dell’Unione Sovietica, un’espansione che faceva parte dell’ossessione per la sicurezza di tutti i regimi politici di Mosca, dagli zar a Stalin e da Krusciov a Putin. Per sua sfortuna l’Ucraina è grande: va da Luhansk nel Donbass a Leopoli, presso il confine polacco, 1.200 chilometri più in là. La conseguenza inevitabile è che Leopoli gravita verso la cattolica Polonia e l’Europa occidentale, mentre Luhansk è ortodossa, parla russo e guarda a Mosca. Sono le radici di un nazionalismo ucraino e di un nazionalismo russo che si sono combattuti, sotterraneamente ma spesso in modo sanguinoso e crudele, per tutto il XX secolo.
Al momento della dissoluzione dell’URSS nel 1991, nacquero delle nazioni indipendenti ai confini orientali dell’Europa, tra loro anche l’Ucraina. La separazione da Mosca e la creazione di uno Stato sovrano vengono sanzionate a stragrande maggioranza da un referendum nazionale. Il sì all’indipendenza prevale anche in Crimea e nel Donbass, sebbene con margini molto inferiori che non a Kiev, Dnipro e Leopoli. Nel 1994, con l’accordo di Budapest, l’Ucraina cede a Mosca i circa 1.800 ordigni nucleari sovietici che aveva sul suo territorio. Cina, Europa, Stati Uniti e Russia si fanno garanti dell’integrità dei confini ucraini, così come erano stati definiti tre anni prima.
L’amministrazione Bush e il cancelliere tedesco Kohl erano preoccupatissimi della possibilità di una superpotenza dotata di armi nucleari frammentata in 11 stati indipendenti in preda al caos politico e spesso ostili fra loro (Armenia e Azerbaigian non tarderanno a farsi la guerra per esempio). Quindi Stati Uniti e Germania operarono diplomaticamente per consolidare la potenza militare sovietica nella Russia, per avere un solo interlocutore (che in quel momento era presieduta dal filooccidentale Boris Eltsin) e promisero di non espandere verso Est la NATO, l’organizzazione militare creata nel 1949 per contrapporsi all’URSS.
Tuttavia, la NATO permise rapidamente l’adesione all’organizzazione delle tre repubbliche baltiche Estonia, Lettonia e Lituania, oltre alla Polonia e si prospettò che anche Georgia e Ucraina potessero seguire quella direzione, due stati di confine che la Russia non poteva accettare come avamposti di potenze straniere. La situazione rimase fluida finché queste due repubbliche conservarono governi più o meno amici di Mosca.
Da allora, a Kiev si sono succeduti vari governi di breve durata, in genere legati agli oligarchi che si erano spartiti le ricchezze dell’URSS al momento del suo scioglimento, mentre a Mosca si consolidava il regime autoritario di Vladimir Putin.
Il 2004 vede scoppiare la «Rivoluzione Arancione» che vede le folle in piazza contro i tentativi degli attivisti filorussi di interferire nelle elezioni ucraine. Gli agenti di Putin avvelenano il candidato pro-occidentale, Viktor Yushchenko. Questi però sopravvive, sebbene gravemente sfigurato dalle sostanze tossiche, e sconfigge il candidato filorusso, Viktor Yanukovich. Nel 2010 Yanukovich riesce comunque ad essere eletto presidente.
IL 2014 vede l’inizio dello scontro frontale tra Mosca e Kiev. Nel febbraio le truppe agli ordini di Yanukovich sparano contro i manifestanti che occupano Maidan, la piazza centrale della capitale, per protestare contro il presidente in carica che lavora per tenere il Paese nell’orbita economica e politica di Mosca contro le spinte europeiste popolari. Restano uccisi oltre 110 manifestanti, scontri con vittime sono registrati in altre aree dell’Ucraina centro-occidentale. Il Paese per un attimo è in semi-guerra civile, tra i motivi delle rivolte anche il desiderio di combattere la corruzione alimentata dagli oligarchi legati a Putin. Alla fine, Yanukovich abbandona la presidenza e scappa in esilio a Mosca. Putin reagisce col pugno di ferro. Le sue truppe speciali occupano l’intera Crimea, che viene annessa subito dopo alla Russia. Mosca promuove e arma anche la guerra separatista nel Donbass, che negli anni seguenti costerà oltre 14.000 morti e distruzioni su vasta scala nell’est del Paese. In questo periodo prende anche consistenza l’esercito nazionale ucraino, che, da un agglomerato di milizie volontarie dove dominano i nazionalisti estremisti della Azov, diventa un insieme di corpi combattenti regolari. Negli anni seguenti vengono stipulati gli accordi di Minsk per cercare di evitare la guerra, anche con la mediazione europea, ma in effetti vengono violati ripetutamente da entrambe le parti.
Il 24 febbraio 2022 Putin lancia l’invasione totale, dichiarando che intende «denazificare il governo Zelensky», presidente in carica dal 1919 e ripetendo che l’Ucraina deve tornare a fare parte della madre Russia. Il suo piano è catturare tutto il Paese per instaurare un governo fantoccio che obbedisca agli ordini di Mosca. Ma l’attacco diretto contro Kiev fallisce dopo un mese di cruente battaglie. Tutte le città del Paese subiscono violenti bombardamenti. In maggio i russi occupano la città di Mariupol dopo un lungo e sanguinoso assedio. Il conflitto si prolunga e diventa guerra di posizione anche grazie agli alleati, con a capo gli Stati Uniti, che mandano ingenti aiuti militari al governo Zelensky. Nell’autunno 2022 gli ucraini riescono a riconquistare parte della regione di Kherson e le aree orientali attorno a Kharkiv sino al Donbass settentrionale. Ma nell’estate del 2023 fallisce la controffensiva ucraina, i russi si trincerano e dal gennaio 2024 sono loro ad avere l’iniziativa militare.
Gli ultimi sviluppi, dall’elezione di Trump alla Casa Bianca fino all’agguato indecente nello studio ovale a Zelensky, sono cronaca drammatica e inimmaginabile solo fino a qualche mese or sono.
Roberto Merico
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