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In Toscana la prevenzione della violenza parte dalla scuola: Regione, Fondazione Cecchettin e UniFi insieme per formare insegnanti e cambiare il futuro.
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C’è una parola che torna più volte, nelle dichiarazioni raccolte alla Regione Toscana: formazione. È da qui che, secondo Cristina Manetti e Gino Cecchettin, deve partire una vera strategia di prevenzione della violenza di genere.
La Regione Toscana ha sottoscritto un protocollo con la Fondazione Giulia Cecchettin ETS e l’Università di Firenze, mettendo a disposizione un sostegno economico di circa 45 mila euro. Ma il valore dell’accordo va oltre le risorse: l’obiettivo è portare la formazione direttamente nelle scuole, coinvolgendo circa 1.000 insegnanti.
Un progetto capillare, pensato per raggiungere chi ogni giorno vive accanto ai ragazzi e può intercettare segnali, difficoltà e fragilità prima che diventino emergenze.
La scuola come luogo di educazione
«Dobbiamo lavorare sul presente per migliorare il futuro», è il senso delle parole pronunciate durante la conferenza stampa. Perché la prevenzione, prima ancora di essere una questione normativa, è una battaglia culturale.
Famiglie e scuola sono i primi luoghi nei quali bambini e adolescenti imparano a conoscere sé stessi e gli altri. Tuttavia, oggi non basta trasmettere nozioni. Serve anche educare alle emozioni, alla gestione dei sentimenti, al rispetto, alla capacità di affrontare un rifiuto e di attraversare un momento difficile.
È qui che entra in gioco l’educazione socio-affettiva, considerata uno degli strumenti attraverso cui costruire relazioni più consapevoli e contrastare alla radice la cultura della violenza.
Oltre i pregiudizi
Il confronto politico sull’educazione affettiva resta acceso. Ma la posizione espressa dalla Toscana è netta: occorre superare pregiudizi e contrapposizioni ideologiche per mettere al centro la persona.
La Regione richiama anche la proposta di legge presentata in Consiglio regionale e firmata per prima da Jacopo Melio, dedicata alla formazione e all’educazione socio-affettiva.
«L’educazione deve entrare nelle scuole», è il messaggio. Non come bandiera politica, ma come patrimonio condiviso della società.
Nel frattempo, la Fondazione Giulia Cecchettin continua il proprio percorso. Nell’ultimo anno e mezzo avrebbe raggiunto, attraverso corsi e incontri, circa 100 mila ragazzi, mentre il progetto pilota ha coinvolto Toscana, Veneto e Puglia.
L’obiettivo futuro è ambizioso: estendere il modello a tutte le regioni italiane, compatibilmente con le risorse disponibili e con la capacità delle istituzioni di sostenerlo.
Un futuro da costruire insieme
Gino Cecchettin sottolinea però una preoccupazione precisa: non basta firmare un protocollo, bisogna attuare concretamente gli impegni.
La scuola rappresenta uno degli strumenti più democratici per arrivare a tutti, anche a quei ragazzi che non hanno la possibilità di ricevere un’educazione affettiva adeguata all’interno della propria famiglia.
Infine, resta una consapevolezza: i fenomeni di violenza hanno radici complesse e richiedono il contributo di sociologi, pedagogisti e altri specialisti. Ma sulla cultura si può intervenire.
E forse è proprio da qui che bisogna ripartire: dalle aule, dalle relazioni, dalle parole e dalla capacità di insegnare ai ragazzi che rispettare l’altro significa anche imparare a rispettare sé stessi.
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