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Quando parlo di trauma, intendo un’esperienza che ha lasciato un segno profondo nel corpo e nella mente, tanto da continuare a farsi sentire anche quando “è tutto finito”. Non tutte le persone che vivono un evento difficile sviluppano un disturbo, ma alcune possono sperimentare sintomi importanti, come nel disturbo post-traumatico da stress (PTSD).
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Come riconosco che un trauma è ancora “attivo”
Ci sono segnali molto comuni che incontro spesso: la persona può rivivere l’evento attraverso ricordi intrusivi, flashback o incubi. Può comparire un forte evitamento: evitare luoghi, situazioni, pensieri o conversazioni che riportano al trauma, come se la mente cercasse di proteggersi. Un altro aspetto è l’ipervigilanza: sentirsi costantemente in allerta, irritabilità, scatti di rabbia, insonnia, difficoltà di concentrazione e la sensazione di essere sempre “in pericolo”.
Perché succede: non è debolezza, è un sistema di difesa
Dopo un trauma, alcune risposte di sopravvivenza (allarme, evitamento, chiusura emotiva) possono restare accese più del necessario. Questo può portare a un blocco: una parte di noi prova a “andare avanti”, mentre un’altra continua a vivere come se il rischio fosse presente. Quando il trauma non viene elaborato, è come se l’esperienza restasse “non digerita” e tornasse sotto forma di sintomi.
Che cos’è davvero la resilienza (e perché mi interessa in terapia)
La resilienza non è essere invincibili o “sempre forti”. In psicologia è la capacità di raggiungere un adattamento positivo anche dopo eventi molto stressanti o traumatici. La cosa più importante è che non è una dote per pochi: molte ricerche la descrivono come una forma di “ordinaria normalità” e come una capacità che può essere allenata e incrementata, anche dopo aver attraversato un trauma.
Cosa sostiene la resilienza: risorse interne e relazioni
La resilienza cresce quando si attivano risorse individuali come stima di sé, senso di efficacia personale, flessibilità psicologica e abilità di fronteggiamento (coping). E cresce anche grazie ai fattori ambientali: relazioni affettive e di supporto, famiglia, reti sociali e contesti che permettono alla persona di sentirsi vista, sostenuta e capace di partecipare alla vita. In pratica: non è “solo nella testa”, ma anche in ciò che ti circonda e in come ti senti accompagnato.
Come lavoro io: ricostruire sicurezza, significato e fiducia
Nel mio approccio centrato sulla persona, creo un clima in cui ti senti accolto, rispettato e compreso, perché l’elaborazione del trauma ha bisogno di un luogo in cui non devi difenderti. Rogers descrive l’importanza di accettazione e comprensione empatica per abbassare le difese e rendere possibile il cambiamento. Quando la persona si sente al sicuro nella relazione, può iniziare a dare parole a ciò che è successo, riconoscere emozioni e bisogni, e ritrovare gradualmente una percezione di stabilità interiore.
Quando ti consiglio di chiedere aiuto
Se ti accorgi che il passato ritorna con intrusioni, evitamento e ipervigilanza, oppure se il tuo corpo vive come se fosse ancora in emergenza, è il momento giusto per farti accompagnare. Chiedere aiuto non significa riaprire una ferita “per farsi male”, ma iniziare a elaborarla in modo protetto, con i tempi giusti, per recuperare libertà e presenza nella tua vita.
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