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Carla Cavicchini
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Menabòh, quando il lusso è già nel tuo armadio


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Gaia Rialti trasforma i capi dimenticati nell’armadio in pezzi unici: con Menabòh la moda riscopre memoria, creatività e un nuovo modo di vivere il lusso.

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Menabòh, quando il lusso è già nel tuo armadio

Ci sono abiti che non smettono di avere qualcosa da raccontare. Restano appesi per anni nell’armadio, magari perché non vengono più indossati, perché hanno bisogno di essere modificati o semplicemente perché appartengono a un tempo che sembra ormai lontano. Eppure, dietro una giacca, un abito o un completo può nascondersi ancora un enorme potenziale creativo.

È proprio da questa intuizione che nasce Menabòh, l’atelier italiano fondato da Gaia Rialti, imprenditrice con una solida esperienza nel mondo della moda e del beauty, che ha scelto di trasformare il concetto stesso di guardaroba.

A raccontarlo è la stessa Gaia Rialti, intervistata da Carla Cavicchini per G-Channel Magazine TV, in occasione di un convegno de Il Sole 24 Ore.

Gaia Rialti e la nascita di Menabòh

Prima di intraprendere la strada imprenditoriale, Gaia Rialti ha lavorato nel settore fashion e beauty, maturando la propria esperienza tra Ferragamo e il Gruppo L’Oréal, dove si è occupata di brand come YSL Beauté, Biotherm ed Helena Rubinstein.

Poi è arrivato un momento di svolta.

Durante la pandemia, osservando ancora una volta il guardaroba della propria famiglia, Gaia ha iniziato a chiedersi cosa sarebbe successo se quei capi, invece di essere abbandonati o sostituiti, fossero potuti rinascere attraverso una nuova interpretazione.

L’idea si è trasformata progressivamente in un progetto imprenditoriale.

Così nasce Menabòh, un atelier che parte da ciò che il cliente possiede già per trasformarlo in qualcosa di nuovo, contemporaneo e soprattutto irripetibile. Il progetto è oggi descritto dalla stessa realtà come un atelier italiano specializzato nel bespoke garment redesign, ovvero nella trasformazione personalizzata di capi già esistenti.

Il guardaroba diventa un archivio personale

La vera rivoluzione proposta da Menabòh parte da una domanda apparentemente semplice: perché comprare ancora qualcosa di nuovo quando nell’armadio possediamo già un capo capace di diventare qualcosa di straordinario?

È un cambio di prospettiva importante.

Il guardaroba non viene più considerato soltanto come un insieme di vestiti, ma come un archivio personale, fatto di ricordi, materiali, emozioni e identità.

Un concetto che Gaia Rialti ha sperimentato in prima persona, partendo proprio da un capo appartenuto alla madre. Da quell’esperienza è nata la convinzione che un abito possa essere ripensato senza perdere la propria storia, ma anzi permettendogli di continuare a vivere nel presente.

Ed è esattamente questo il principio che guida Menabòh: non produrre semplicemente un altro capo, ma trasformare quello che già esiste.

Dal disegno alla nuova vita del capo

Come funziona concretamente?

Il percorso parte dal cliente, che invia una fotografia del capo che desidera trasformare. A quel punto entra in gioco la direzione creativa di Menabòh, che studia il capo e sviluppa una proposta attraverso uno schizzo creativo.

Solo dopo l’approvazione del progetto da parte del cliente, il capo viene ritirato e affidato al lavoro dei designer e dell’atelier.

Il risultato è una nuova creazione pensata per quella persona e costruita a partire da un oggetto che già possiede un valore.

Non esistono quindi collezioni standard da scegliere sugli scaffali. Ogni trasformazione nasce da una storia diversa e da un capo diverso.

Il risultato è un pezzo one-of-one, impossibile da replicare proprio perché nasce dall’archivio personale di chi lo indosserà.

Un completo della mamma diventa un nuovo abito

Durante l’intervista, Gaia Rialti mostra concretamente il significato di questa filosofia.

Il completo che indossa non è un semplice outfit: apparteneva a sua madre.

Al capo sono state apportate modifiche per riportarlo nel presente, eliminando le maniche che erano ormai rovinate e trasformandolo in una nuova versione.

È un'immagine che racchiude perfettamente la filosofia di Menabòh.

Un abito può cambiare forma senza perdere la propria memoria.

Può attraversare generazioni, adattarsi a una nuova persona e continuare a raccontare una storia.

Ed è forse proprio qui che il redesign assume il suo significato più profondo: non cancellare ciò che è stato, ma permettergli di diventare ancora qualcosa.

Dalla moda all’imprenditoria

La scelta di Gaia Rialti non è stata soltanto professionale, ma anche profondamente personale.

«Ho sempre saputo di voler fare qualcosa di mio», racconta nell’intervista.

La pandemia ha rappresentato il momento in cui quell’idea ha iniziato a prendere una forma concreta, trasformando una riflessione nata davanti a un guardaroba in un vero percorso imprenditoriale.

Menabòh ha così attraversato l’evoluzione da progetto iniziale a realtà strutturata, con una visione internazionale che guarda oltre i confini italiani.

L’espansione verso Londra rappresenta infatti una delle direzioni di crescita del progetto nel 2026, mentre la realtà ha già sviluppato attività e presenza internazionale.

La moda che sceglie di trasformare, non di sostituire

In un settore abituato a correre verso la novità, Menabòh introduce un ritmo differente.

Non si tratta semplicemente di parlare di sostenibilità o di recupero dei materiali. La proposta parte soprattutto dalla relazione tra una persona e ciò che già possiede.

Un capo può essere vecchio senza essere superato.

Può avere bisogno di una nuova forma, di una nuova interpretazione, di uno sguardo creativo capace di riconoscerne nuovamente il valore.

È questa la sfida di Menabòh: dimostrare che il futuro della moda può passare anche dall’archivio personale, dalla sartorialità e dalla capacità di trasformare ciò che già esiste. Una visione che trova riscontro anche nella filosofia ufficiale dell’atelier, che mette al centro capi esistenti, direzione creativa italiana e lavorazione artigianale.

Un nuovo modo di guardare il proprio armadio

Forse, allora, la domanda non è più soltanto «Cosa compro?».

Potrebbe diventare: «Cosa posso ancora creare con quello che possiedo?».

È questo il messaggio che Gaia Rialti porta avanti attraverso Menabòh: recuperare lo sguardo sul proprio guardaroba e scoprire che, dietro un capo dimenticato, potrebbe esserci ancora una storia pronta a ricominciare.

Perché a volte il lusso non arriva da qualcosa che non abbiamo ancora comprato.

A volte è già dentro il nostro armadio.

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