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Nel borgo delle ombre perdute, Giulia torna dove tutto è iniziato. Una porta, un numero e un culto antico riemergono in un racconto oscuro e ipnotico.
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Un racconto tra memoria, ombre e segreti sepolti
Giulia tornò al villaggio quando il sole stava morendo dietro le colline, lasciando agli ulivi il compito di allungare ombre innaturali sulla terra. La strada sterrata che conduceva al giardino sembrava essersi ristretta nel tempo, come se il paesaggio stesso volesse trattenere chi tornava. Non era nostalgia a guidarla, ma una tensione più profonda, un richiamo silenzioso che le pulsava sotto la pelle e che ora trovava voce nel vento.
Il giardino delle ombre perdute la accolse con l’odore acre della terra umida e della pietra antica. Il cancello arrugginito si aprì senza resistenza, gemendo come se riconoscesse il suo passo. L’edera soffocava i muri, disegnando forme contorte che ricordavano croci deformate, simboli ripetuti con un’insistenza inquietante. Giulia ebbe la netta sensazione che quel luogo non fosse abbandonato, ma sospeso, in attesa.
La soglia e il numero che ritorna
La porta apparve all’improvviso, incassata nel muro come una cicatrice mai guarita. Davanti allo stipite, uno scalino di pietra emergeva dal terreno, levigato da secoli di passaggi. Giulia si inginocchiò senza rendersene conto e lasciò scorrere le dita sull’incisione consumata: una croce irregolare e, subito sotto, un numero sorprendentemente nitido. 16. In quell’istante il vento si fermò, e nel silenzio assoluto le parve di udire il proprio nome, pronunciato da più voci sovrapposte.
Le parole del nonno riaffiorarono con una chiarezza dolorosa. Le aveva sempre ripetute come un monito, senza mai spiegare davvero: alcune porte non devono essere attraversate, alcuni numeri non vanno pronunciati. Da bambina aveva sorriso a quei racconti di culti segreti, di riti celebrati nell’ombra, di famiglie legate da giuramenti più antichi del villaggio stesso. Tuttavia, davanti a quella soglia, Giulia comprese che quelle storie non erano mai state favole.
La discesa nel cuore del mistero
La porta si aprì con un lamento soffocato, liberando un’aria fredda che odorava di cera spenta e polvere. Una scala scendeva nell’oscurità e Giulia iniziò a percorrerla, contando i gradini contro la propria volontà. Quando arrivò in fondo, capì che erano sedici. La stanza sotterranea era bassa, opprimente, e le pareti erano coperte di fotografie ingiallite e documenti macchiati dal tempo. In ogni immagine ricorreva lo stesso simbolo: la croce, sempre la croce, come un marchio.
Al centro di una parete, una fotografia la immobilizzò. Sua nonna, giovane, con uno sguardo duro e consapevole, era ritratta accanto a un uomo sconosciuto. Entrambi portavano al collo un pendente identico: una croce incisa con sedici piccole tacche lungo i bordi. In quel momento, un sussurro si sollevò dalla stanza, un mormorio ritmico, simile a una preghiera recitata al contrario. Giulia comprese che quel luogo non custodiva solo ricordi, ma un patto ancora vivo.
Sopra di lei, il giardino taceva.
Sotto, il culto ricordava.
E Giulia capì che il passato non l’aveva semplicemente richiamata.
L’aveva aspettata.
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