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IL PIRATA


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Una grave violazione del diritto internazionale, una forma di aggressione a uno Stato sovrano

Sette forti esplosioni squarciano la notte di Caracas, mentre il cielo del Venezuela viene solcato da 150 tra jet ed elicotteri da guerra americani. Sono le due, le sette del mattino in Europa e nessuno ha dubbi: l’escalation tra Stati Uniti e Venezuela iniziata cinque mesi fa ha raggiunto il suo apice. È la fine di decenni di pace in America Latina. Un’operazione militare che sembra appartenere al passato, ma che segna drammaticamente il nuovo presente. È un colpo di Stato che porta direttamente la firma di Washington.

L’articolo 2, paragrafo 4, della Carta delle Nazioni Unite stabilisce il divieto di uso della forza, è una norma cogente, inderogabile, se non nel caso di legittima difesa, a seguito di un attacco armato già sferrato.

“Nicolas Maduro è il capo di un regime che si finanzia con il traffico di droga”. “Donald Trump vuole invadere il Venezuela per prendersi il nostro petrolio”. Il raid americano condotto nella notte a Caracas che ha portato all’arresto del presidente venezuelano Nicolas Maduro è l’esito di quattro mesi di accuse incrociate e di minacce. Il conto alla rovescia nel conflitto tra gli Stati Uniti di Donald Trump e il Venezuela era cominciato a settembre dell’anno scorso.

Il 16 dicembre Trump aveva qualificato il regime di Maduro come «Foreign Terrorist Organization» (Fto), una mossa presentata dall’Amministrazione Usa come base giuridica per un’azione militare diretta e per l’applicazione della legislazione federale contro i vertici del regime, è però un’iniziativa unilaterale simile a quella che aveva portato alla qualificazione degli Stati canaglia come l’Iraq, poi aggredito. L’uso della forza non è in alcun modo giustificabile e la designazione Usa non è una base giuridica accettabile.

Se il cambio di regime in Venezuela fosse davvero per salvare vite americane da droghe mortali, allora perché l’amministrazione Trump non ha agito contro i cartelli messicani? Trump ha graziato l’ex presidente honduregno Juan Orlando Hernandez, condannato a 45 anni di carcere per aver trafficato 400 tonnellate di cocaina negli Stati Uniti. Nelle venticinque pagine dell’atto di incriminazione non c’è nessuna menzione di fentanyl.

Un’operazione contro il narcotraffico internazionale non è una motivazione valida. Riguardo al narcotraffico, così come al traffico di esseri umani, o alla corruzione internazionale, ci sono convenzioni ad hoc delle Nazioni Unite, e gli strumenti utilizzati sono quelli del diritto: la cooperazione tra le autorità di indagine, la raccolta di prove, lo svolgimento del processo. In nessun modo è consentito l’utilizzo della forza e l’attacco a uno Stato sovrano per ingerenze nella lotta al narcotraffico, che compete a quello Stato o a quella comunità nazionale legittimi.

Il fatto che Maduro sia accusato di crimini efferati non consente una deroga.
C’è un fascicolo aperto presso la Corte penale internazionale, e in quella sede tutto si svolge secondo lo Stato di diritto e con un equo processo. Tra l’altro il Venezuela ha ratificato lo Statuto della Corte. Invece questo uso di potere sfrenato, senza limiti, non si può considerare un mandato d’arresto, ma un sequestro di persona. Tra l’altro un capo di Stato gode di immunità, un elemento più volte invocato dagli Usa nei confronti di Netanyahu.

È un pericoloso precedente, perché si tratta di una violazione grave e flagrante commessa da un membro permanente del Consiglio di sicurezza dell’Onu. E le reazioni non così nette della comunità internazionale fanno pensare che si possa compromettere anche la tenuta di una norma così centrale nel diritto internazionale: sembra che abbiano paura di esporsi.

Il Consiglio di sicurezza è paralizzato perché, come nel caso Russia-Ucraina, gli Usa hanno diritto di veto. Quello che sarebbe possibile è che l’Assemblea voti una risoluzione, e a quel punto sarebbe interessante vedere quale sarebbe l’entità dei voti nel condannare Trump. Sarebbe giusto che come condanniamo l’aggressione della Russia nei confronti dell’Ucraina, allo stesso modo dovremmo condannare quella degli Usa in Venezuela.

Né sarebbe un appiglio il fatto che la sua elezione sia considerata non regolare,
questi problemi di legittimità sono molto frequenti nel mondo ma ci sono organismi di monitoraggio internazionali che possono prendere provvedimenti, sanzioni, ma non uno Stato che si sente superiore e prende una decisione unilaterale. Sembra che Trump incarni il bene superiore che decide per gli altri. Del resto anche leggendo il documento della National security strategy si capisce che gli Usa intendono riprendere un’attività imperialista nei confronti del Sud America.

Trump, dal punto di vista del diritto Usa, ha fatto una forzatura, avrebbe dovuto chiedere un’autorizzazione del Congresso, salvo in casi in cui ci sia un rischio imminente per gli Stati Uniti, secondo quanto previsto dall’«Authorizations for the Use of Military Force». In realtà però già in passato altri presidenti hanno agito senza passare dal Congresso e presentando poi un rapporto.

Rimuovere Maduro pare essere una chiara mossa per il controllo sulle forniture di petrolio venezuelano e servirà per la prossima scontata guerra di cambio di regime in Iran. È logico ora temere un potenziale effetto a catena. La Russia userà questo per giustificare le sue azioni militari illegali e barbariche contro l’Ucraina, e/o la Cina per giustificare un’invasione di Taiwan. Il raid è in sostanza un atto di guerra e una violazione della legge internazionale e federale.

Con 303 miliardi di barili il Venezuela detiene le maggiori riserve di petrolio del mondo (il 17% del totale globale), contro i 240 miliardi di barili dell’Arabia Saudita. La storia dice che i big del petrolio americani cercano di sfruttare tale patrimonio fin dal 1914 quando fu avviato il primo pozzo, il Mene Grande sul lago Maracaibo, e cominciò l’assalto al tesoro dell’oro nero che ieri Trump ha evocato in conferenza stampa dicendo che «le compagnie americane accorreranno numerose» non prima di aver puntualizzato che «saranno gli Stati Uniti a dirigere il Paese nella transizione». E il Venezuela non è solo petrolio ma anche il gas prodotto dall’Eni, destinato all’approvvigionamento locale: ora il gruppo italiano può sviluppare un business più ampio in collaborazione con gli americani. Le prime concessioni petrolifere con Exxon, Chevron, Conoco-Phillips, Texaco e le altre “sorelle” risalgono agli anni ’40, legate all’aumento della domanda nella Seconda guerra mondiale. Nel dopoguerra vista la concorrenza dei produttori del Medio Oriente, proprio Caracas propose di allearsi con i “nemici” Iran, Iraq, Arabia Saudita e Kuwait creando nel 1960 l’Opec, poi allargata ad altri produttori. L’obiettivo era di contrapporsi allo strapotere delle major Usa ma le divisioni nel cartello — alimentate in silenzio dagli stessi Stati Uniti — sono state un ostacolo. Il Venezuela intanto nel 1976 ha nazionalizzato le produzioni imponendo ai partner occidentali joint-venture al 50-50%, poi trasformate in 60-40 a favore del governo con tutte le tensioni del caso. L’unica parentesi di democrazia e riforme di tutti questi decenni sono stati gli anni ’90, quando la Petroleos de Venezuela si conquistò una fama di affidabilità ed efficienza. Ma nel 1999 con l’elezione di Chavez la situazione è precipitata: l’avvento di Maduro è del 2013, le sanzioni sull’export risalgono al Trump I, fra il 2017 e il 2019. Il Venezuela è temporaneamente estromesso dall’Opec, insieme con Libia e Iran anch’essi sotto embargo americano, e non partecipa alle decisioni su quote e prezzi. I prezzi sono in un fragile equilibrio, sui 60 dollari al barile: questo livello basso ha permesso di agire a Trump, la cui preoccupazione è che non salga il prezzo della benzina oggi di 2 dollari al gallone. Se si fosse sui livelli del marzo 2022 dopo l’attacco russo all’Ucraina e l’impennata fino a 120 dollari del greggio, ci avrebbe pensato due volte. Vanno poi considerate le fonti rinnovabili, l’auto elettrica, le tecnologie di risparmio energetico, tutti fattori che abbassano la domanda di petrolio. Tanto che i rincari dovuti alla nuova guerra di Trump non dovrebbero superare il 10-20%, limitandosi a quella porzione di greggio pesante e non sostituibile prodotto in Venezuela e lavorato nelle raffinerie specializzate del sud degli Stati Uniti. A spingere il tycoon è stato anche il fattore-Cina: oltre a essere un ottimo cliente per il greggio “clandestino” esportato da Caracas, Pechino sta aiutando il Venezuela a ricostruire le decrepite infrastrutture petrolifere, onde i timori che conquisti troppe posizioni. Ci vorranno, secondo la Cnn, 58 miliardi per tornare a livelli accettabili di produzione.

“Un intervento difensivo legittimo” Meloni sostiene la Casa Bianca:

Una dichiarazione grave, a tratti incredibile. Ma anche insostenibile, non solo sul piano del diritto internazionale, considerato che in Venezuela vivono 160mila nostri connazionali e che potremmo svolgere un ruolo di mediazione. Il governo avalla una violazione del diritto internazionale, hanno giurato sulla Costituzione, «l’Italia ripudia la guerra per risolvere le controversie internazionali».

Come era per la dottrina Monroe, gli Stati Uniti non vogliono influenze esterne in Sudamerica, Trump attualizza in Venezuela il vecchio principio dell’America Latina come spazio in cui gli Stati Uniti devono impedire l’influenza di potenze esterne, in questo caso Russia, Cina e Iran.

Questa, in definitiva è una gravissima offesa alla sovranità di un Paese. Si è superata una linea inaccettabile che aprirà a un mondo di violenza, caos e instabilità, in cui la legge del più forte finirà per prevalere sul multilateralismo.

Roberto Merico

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