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MORBOSA
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Chi siamo noi che guardiamo


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Qualche settimana fa ho fatto una cosa che non avrei dovuto fare.

Ho aperto e guardato un canale online dedicato al true crime… (uno di quelli in cui le persone discutono di casi irrisolti con la stessa passione con cui altri discutono di calcio) e ho passato quaranta minuti a leggere teorie su un caso del 1987 che non conoscevo, in una città che non ho mai visitato, su una persona di cui non avevo mai sentito parlare.

Quando ho alzato gli occhi dallo schermo erano le due di notte.

Questo è il momento in cui di solito ci diciamo: devo smettere. E invece apriamo un'altra scheda.

Allora ho cominciato a chiedermi chi fossero le altre persone che lasciavano commenti lì sotto...

Chi eravamo, noi che guardiamo.

La risposta che ho trovato, devo ammettere, è più interessante di quanto mi aspettassi.

Ma anche più scomoda.


Il dato di partenza è questo: il pubblico del true crime è composto per circa il 73% da donne, nella fascia d'età 25-44 anni. Lo dicono le ricerche di mercato, lo confermano le piattaforme di streaming, lo sa chiunque abbia mai aperto un gruppo Facebook dedicato ai casi irrisolti.

Settantatré percento.

È un numero che dovrebbe farci fare una pausa. Perché se il true crime fosse semplicemente intrattenimento  (la stessa logica del thriller, del film d'azione, del videogioco violento) il pubblico sarebbe distribuito in modo molto più uniforme. Invece no. C'è qualcosa di specifico che attrae le donne verso storie in cui le vittime sono, il più delle volte, altre donne.

La spiegazione più pigra è quella del voyeurismo. Le donne sono morbosamente attratte dalla violenza - e già che ci siamo chiamiamole anche isteriche, per completare il quadro.

La spiegazione più interessante è un'altra.


C'è un concetto che gli psicologi chiamano threat rehearsal - prova mentale della minaccia. L'idea è semplice: consumare storie di pericolo in un contesto sicuro serve a prepararci, neurologicamente ed emotivamente, a riconoscere situazioni analoghe nella vita reale.

Il true crime, da questo punto di vista, non è intrattenimento. È formazione professionale.

Cresciamo in un mondo che ci insegna - con le parole, con i comportamenti, con i silenzi - che esistono pericoli specificamente diretti a noi in quanto donne. Impariamo a leggere i segnali: il tono di voce che cambia, il confine che viene testato, la situazione che ha qualcosa di storto senza che riusciamo a dire esattamente cosa. Questa lettura costante dell'ambiente è talmente automatica che spesso non la percepiamo nemmeno come tale.

Il true crime la rende esplicita.

Quando ascoltiamo la storia di una donna che non ha visto arrivare il pericolo, non proviamo solo dispiacere. Proviamo qualcosa di più complesso - un'analisi silenziosa e quasi involontaria.

Dove ha sbagliato? Cosa avrei fatto io? Avrei visto quello che lei non ha visto?

Non è cinismo. È sopravvivenza.


C'è però un punto in cui questa spiegazione inizia a scricchiolare. Ed è il momento in cui ci accorgiamo che non guardiamo solo i casi in cui la vittima assomiglia a noi, in cui il pericolo è riconoscibile, in cui la storia ci insegna qualcosa di applicabile.

Guardiamo anche i casi assurdi, geograficamente lontani, storicamente remoti, strutturalmente impossibili da replicare nella nostra vita. Guardiamo cold case del 1962 in Nebraska. Seguiamo processi in paesi di cui non conosciamo il sistema giuridico. Passiamo ore su forum che discutono di casi mai risolti con una dedizione che farebbe invidia a molti investigatori professionisti.

A quel punto la mappa del rischio non basta più come spiegazione.

Entra in gioco qualcos'altro - qualcosa che ha a che fare con il bisogno umano, universale e probabilmente irrisolvibile, di dare un senso alle cose. Il true crime offre una struttura narrativa al caos del male. C'è un inizio, uno sviluppo, una causa, spesso una risoluzione. Il male diventa comprensibile - non giustificabile, ma comprensibile. E la comprensione, anche di cose terribili, è una delle esperienze più profondamente rassicuranti che esistano.

Siamo animali che fanno storie. Il true crime è una delle storie più antiche che raccontiamo; il male che irrompe nella comunità, la ricerca del colpevole, il ripristino dell'ordine. L'abbiamo chiamato mito, tragedia greca, romanzo poliziesco, e infine podcast.

Il formato cambia. La funzione no.


Tutto questo, però, lascia aperta la domanda più difficile.

Se guardiamo per capire, per prepararci, per dare senso… perché lo facciamo fino alle due di notte su un forum che discute di un caso del 1987 in una città che non visiteremo mai?

Forse perché la comprensione è una droga. Più capiamo, più vogliamo capire. Più scendiamo nel dettaglio, più il dettaglio successivo sembra necessario. C'è sempre un'altra scheda da aprire, un'altra testimonianza da leggere, un'altra teoria da considerare.

E ad un certo punto non sappiamo più se stiamo cercando di capire il male o se semplicemente non riusciamo a smettere.

La differenza, se c'è, è sottile abbastanza da sparire alle due di notte davanti ad uno schermo.


Nota a margine, perché mi sembra onesto dirlo: mentre scrivevo questo pezzo ho aperto tre volte il forum di prima. Formazione (de-formazione) professionale, ovviamente.


Se sei arrivata fin qui, probabilmente sei già morbosa quanto me. Ci vediamo giovedì.

- Morbosa esce ogni giovedì -

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