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Carla Cavicchini
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Riccardo Nencini: Oriana Fallaci, la libertà di essere un legno storto


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Mappa Interattiva - dove le persone incontrano le attività

Nel ventennale della scomparsa, Riccardo Nencini ricorda Oriana Fallaci, l’amica, la giornalista e quella voce libera che non smise mai di sfidare il potere.

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Oriana Fallaci, la libertà di essere un legno storto

A vent’anni dalla scomparsa di Oriana Fallaci, Firenze torna a interrogarsi sulla figura di una donna che ha attraversato il giornalismo, la letteratura e la storia senza mai accettare di stare comodamente dentro un’etichetta.

Nella cornice istituzionale del Palazzo del Pegaso, nel cuore di Firenze, il ricordo della giornalista e scrittrice si intreccia con quello di chi l’ha conosciuta personalmente. Tra queste persone c’è Riccardo Nencini, presidente del Gabinetto Scientifico Letterario Vieusseux e autore di diversi libri dedicati alla Fallaci. Il 15 settembre 2026, proprio in occasione del ventennale della sua morte, Nencini ha partecipato alle iniziative istituzionali dedicate alla sua memoria.

Ma il suo ricordo va oltre le celebrazioni. È il racconto di un’amicizia fatta anche di discussioni, telefonate notturne, idee contrapposte e momenti di confronto. Un’amicizia nella quale, come spesso accade con le persone davvero importanti, non era necessario essere sempre d’accordo.

Riccardo Nencini: «Con Oriana discutemmo anche di Eurabia»

«Sono vere entrambe le cose», racconta Nencini ricordando le visite a New York e uno dei dettagli più personali di quel rapporto: il castagnaccio preparato da Oriana.

Poi arrivavano le discussioni.

Fallaci parlava della sua idea di un’Europa destinata a trasformarsi in quella che definiva “Eurabia”, una lettura che Nencini non condivideva e che, racconta, contestava apertamente.

Ed è forse proprio qui che emerge uno degli aspetti più autentici della loro relazione: la possibilità di discutere senza che il dissenso cancellasse l'amicizia.

Nencini descrive Fallaci come una donna dalla forte vena libertaria, capace di leggere la realtà senza lasciarsi condizionare, secondo il suo ricordo, dal «velo e dal filtro dell’ideologia».

Una donna che aveva fatto della libertà di scrivere una delle ragioni profonde della propria esistenza.

L’Oltrarno, la Firenze che Oriana portava dentro

Per comprendere Oriana Fallaci, secondo Nencini, bisogna tornare nella Firenze della sua infanzia.

Non soltanto quella elegante delle cartoline, ma quella popolare dell’Oltrarno, il quartiere nel quale era nata nel 1929 e che apparteneva alla sua memoria più profonda.

Nencini lo definisce il luogo dei sovversivi, dei personaggi irregolari, di quella Firenze popolare dalla lingua tagliente ma capace, allo stesso tempo, di mantenere una propria autenticità.

È da quell’ambiente, racconta, che proveniva una parte della forza di Fallaci.

Una ragazza cresciuta in una famiglia non agiata, circondata dai libri e dalla cultura, che avrebbe trasformato le difficoltà dell’infanzia in una straordinaria determinazione.

E poi c’era la guerra.

Fallaci entrò giovanissima nella Resistenza come staffetta partigiana. La guerra, secondo il ricordo di Nencini, la terrorizzava e contemporaneamente la affascinava. Un’esperienza che avrebbe contribuito a formare quella donna che, negli anni successivi, avrebbe affrontato guerre, leader politici e grandi eventi internazionali con una determinazione fuori dal comune. La sua partecipazione alla Resistenza da adolescente è documentata anche nelle ricostruzioni biografiche dedicate alla giornalista.

«Nella guerra si vedono gli uomini in faccia», ricordava Fallaci.

Una frase che, riletta oggi, sembra racchiudere una parte essenziale del suo modo di guardare il mondo.

Una giornalista che non chiedeva permesso

La Fallaci ricordata da Nencini non è soltanto la scrittrice diventata famosa in tutto il mondo. È soprattutto una giornalista che aveva trasformato il confronto diretto in una forma di racconto.

Nel corso della sua carriera intervistò alcune delle personalità più importanti della politica e della storia contemporanea. Ma ciò che rimane, ancora oggi, è soprattutto il suo metodo: studiare, documentarsi, prepararsi e poi affrontare l’interlocutore senza arretrare.

È anche per questo che il ricordo di Nencini arriva inevitabilmente al giornalismo contemporaneo e alla rivoluzione introdotta dall’intelligenza artificiale.

Che cosa avrebbe pensato Oriana Fallaci davanti a un sistema capace di produrre un articolo in pochi secondi?

La risposta di Nencini parte da un principio che, secondo lui, apparteneva profondamente alla Fallaci: la conoscenza.

Ricorda l’attenzione che la giornalista dedicava ai giovani aspiranti cronisti e la sua convinzione che prima di scrivere fosse necessario leggere, studiare, capire e soltanto dopo mettere mano alla penna.

Per Nencini, il giornalismo di Oriana Fallaci nasceva dalla fatica.

Scrivere non significava semplicemente avere qualcosa da dire. Significava conoscere ciò di cui si stava parlando.

È una riflessione particolarmente attuale in un’epoca nella quale l’intelligenza artificiale può generare testi in pochi istanti, ma nella quale la qualità dell’informazione continua a dipendere dalla verifica delle fonti, dalla conoscenza e dalla responsabilità di chi pubblica.

«Maledetta Toscana»: quando essere fuori dal coro diventa un destino

Durante le celebrazioni del ventennale, la Toscana è tornata a confrontarsi con una delle sue figlie più controverse e riconoscibili.

Il riferimento alla “maledetta Toscana”, utilizzato nel corso delle iniziative dedicate alla Fallaci, richiama proprio quel carattere irregolare, fiero e spesso scomodo che ha accompagnato la sua figura pubblica.

Nencini lega questa immagine alla definizione di “legno storto”.

Un'espressione che, nel suo racconto, non rappresenta un difetto, ma la capacità di non adeguarsi, di assumere una posizione e di non arretrare davanti al potere.

Fallaci, secondo il ricordo del suo amico, era proprio così: più grande era il potere che aveva davanti, più forte diventava la necessità di dirgli ciò che pensava.

Ed è forse questa una delle ragioni per cui, ancora oggi, parlare di Oriana Fallaci significa parlare non soltanto di una persona, ma del rapporto tra giornalismo, libertà e potere.

L’amicizia nata anche dai litigi

C’è poi un episodio che racconta meglio di molti discorsi il carattere del rapporto tra Nencini e Fallaci.

Una notte, alle tre e mezza del mattino, arriva una telefonata da New York.

La conversazione non finisce bene.

Il giorno successivo, però, Oriana richiama per chiedere scusa. E quel gesto diventa anche il momento nel quale il rapporto cambia: dal formale “lei” nasce il “tu”.

Da quel momento Riccardo può chiamarla Oriana.

Sono dettagli apparentemente piccoli, ma raccontano qualcosa che spesso le ricostruzioni pubbliche non riescono a restituire: dietro il personaggio c’era una persona capace di arrabbiarsi, discutere, sbagliare, riconoscere un eccesso e tornare sui propri passi.

È questa dimensione privata che rende il ricordo di Nencini particolarmente significativo.

Una figura ancora capace di dividere

Vent’anni dopo la sua morte, Oriana Fallaci continua a dividere e a far discutere.

Ed è proprio questa persistenza nel dibattito pubblico a dimostrare quanto la sua figura non appartenga soltanto al passato.

Le celebrazioni fiorentine del 2026 hanno riportato al centro la sua eredità attraverso incontri, testimonianze e iniziative istituzionali. Il Comune di Firenze ha ricordato il legame profondo, seppure non sempre semplice, tra Fallaci e la sua città, mentre il Consiglio regionale della Toscana e il Gabinetto Vieusseux hanno promosso un programma di approfondimento sulla sua figura.

Ma ricordare Oriana Fallaci non significa necessariamente essere d’accordo con tutto ciò che ha scritto o sostenuto.

Significa, piuttosto, tornare a confrontarsi con una voce che ha scelto di esporsi, di prendere posizione e di assumersi il rischio della propria parola.

Ed è forse proprio questo il punto sul quale il tempo non ha ancora chiuso la discussione.

La voce che continua a interrogare il giornalismo

Alla fine dell’intervista, rimane una domanda che va oltre Oriana Fallaci.

Che cosa significa oggi essere giornalisti?

In un mondo nel quale le tecnologie permettono di produrre informazioni a una velocità mai vista, la lezione ricordata da Nencini riconduce tutto all’essenziale: leggere, conoscere, verificare e scrivere con responsabilità.

La velocità può aiutare il giornalismo.

La conoscenza, però, resta indispensabile.

E forse è proprio qui che il “legno storto” di Oriana Fallaci continua a parlare al presente: nella libertà di non seguire necessariamente la strada più semplice, nella volontà di fare domande e nel coraggio di sostenere le proprie parole.

Vent’anni dopo la sua scomparsa, Firenze continua così a fare i conti con una delle sue figlie più celebri e controverse.

Una donna che ha amato profondamente la propria città, che l’ha raccontata da lontano e che, anche quando si trovava dall’altra parte del mondo, ha continuato a portare con sé l’Oltrarno, la guerra, i libri, la libertà e quella Toscana che Nencini definisce, ancora oggi, “maledetta”.

Perché forse alcune persone non smettono davvero di parlare quando muoiono.

Cambiano soltanto il modo in cui vengono ascoltate.

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