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Francesco Palmieri
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Tutti parlano di stress, pochi sanno davvero cos’è


Tutti parlano di stress, pochi sanno davvero cos’è
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Mappa Interattiva - dove le persone incontrano le attività

Lo “stress” oggi è una parola-ombrello: ci mettiamo dentro tutto, dalla stanchezza alla rabbia, dall’ansia al troppo lavoro. Ma stress non significa semplicemente “avere tanto da fare”: è una risposta del corpo e della mente a una richiesta che viene percepita come impegnativa o minacciosa.

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E soprattutto: lo stress non dipende solo dall’evento, ma da come lo valuti e da quante risorse senti di avere per affrontarlo. Questo è il cuore del modello transazionale di Lazarus e Folkman: lo stress nasce quando, nella tua valutazione, le richieste superano le risorse.​


Stress: stimolo, risposta, relazione

Per capire davvero lo stress, serve smettere di pensarlo come una cosa unica. Storicamente, la ricerca lo ha visto in tre modi:

  • Come risposta del corpo: Hans Selye lo descrive con la “General Adaptation Syndrome”, un processo a fasi (allarme, resistenza, esaurimento) quando lo stress continua nel tempo.

  • Come risposta fisiologica immediata: l’APA spiega che lo stress attiva il sistema nervoso autonomo, in particolare il sistema simpatico, con la classica risposta “fight or flight”.​

  • Come relazione persona-ambiente: Lazarus e Folkman mostrano che l’evento non è “stressante” in assoluto; diventa stressante quando lo interpreti come minaccia e valuti di non avere abbastanza risorse.

Questa terza lettura è quella che spesso cambia tutto: non è solo cosa succede, è cosa succede dentro di te mentre succede.


Perché a volte lo stress “non si spegne”

Un conto è lo stress acuto: ti attivi, affronti, poi torni a casa e recuperi.​
Un altro è lo stress cronico: l’attivazione resta accesa troppo a lungo e il corpo paga un prezzo.

Qui entra un concetto chiave: allostasi e carico allostatico. L’allostasi è la “stabilità attraverso il cambiamento”, cioè la capacità del corpo di adattarsi; il carico allostatico è l’usura (“wear and tear”) che si accumula quando l’adattamento è continuo e prolungato.

Tradotto in umano: se vivi per settimane o mesi in modalità allerta, non è solo “stress mentale”. È un’organizzazione interna che diventa costosa: sonno peggiore, irritabilità, calo della concentrazione, corpo teso.


I miti più comuni sullo stress

  • “Se sono stressato, significa che sono fragile.” No: la risposta allo stress è un meccanismo fisiologico normale di adattamento.

  • “Devo eliminare lo stress.” Obiettivo sbagliato: una quota di attivazione è utile; il problema è quando non riesci a recuperare.

  • “Basta pensare positivo.” Il modello di Lazarus e Folkman parla di valutazione e risorse, non di ottimismo forzato: cambiare lo stress significa lavorare su percezione, strumenti, confini e recupero, non solo su frasi motivazionali.​


Un modo semplice per capirlo davvero

Se vuoi una definizione operativa (non poetica), eccola:

Stress = richieste percepite – risorse percepite.

Non è una formula matematica, ma un criterio utile: quando senti che “non ce la fai”, spesso non è perché sei incapace, ma perché stai tentando di reggere richieste alte con recupero basso (o con confini troppo deboli).


Cosa puoi fare, senza magie

Non posso sapere cosa ti stressa nello specifico (qui mi fermo: senza contesto rischierei consigli generici). Quello che posso dirti, con coerenza scientifica, è su cosa conviene intervenire:

  • Riduci l’attivazione fisiologica: respiro, pausa, scarico corporeo; l’APA descrive chiaramente il ruolo del sistema nervoso autonomo nella risposta allo stress.​

  • Aumenti risorse e coping: strumenti, supporto, competenze, pianificazione; è esattamente l’asse coping del modello transazionale.​

  • Ripristina recupero reale: non solo “staccare il telefono”, ma permettere al sistema di uscire dalla modalità allerta abbastanza spesso da non accumulare carico.

Lo stress non è un nemico: è un segnale. Diventa un problema quando lo ignori, lo normalizzi e lo porti avanti a oltranza.

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