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La mindfulness “non funziona” quasi mai per un motivo semplice: la stai usando come se fosse un pulsante. Premo, mi calmo, torno operativo. Ma la mindfulness non è un interruttore, è un modo di stare nell’esperienza: attenzione intenzionale, nel presente, con un atteggiamento non giudicante.
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E quando la usi per ottenere subito un risultato (calma, controllo, prestazione), spesso ottieni l’effetto opposto: frustrazione, senso di fallimento, abbandono.
Cosa significa davvero mindfulness (e cosa non significa)
Jon Kabat-Zinn la definisce come “la consapevolezza che emerge dal portare attenzione, intenzionalmente, nel momento presente, non giudicando.”
Quindi non è “svuotare la mente”, né “sentirmi bene”. È allenare il contatto con ciò che c’è, anche quando non è piacevole.
Se parti con l’aspettativa “devo rilassarmi”, stai già trasformando la pratica in una prestazione. E la prestazione, quando non riesce, diventa giudizio.
I 7 modi più comuni in cui la mindfulness viene usata male
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La usi per non sentire: ti siedi a meditare per spegnere ansia o rabbia, ma stai facendo evitamento travestito da spiritualità. La mindfulness non serve a cancellare emozioni; serve a riconoscerle senza esserne travolti.
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La usi solo quando sei al limite: come un estintore. Funziona molto meglio come igiene quotidiana (anche minima) e come pratica informale nelle giornate normali.
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Cerchi “calma” invece di “presenza”: se l’obiettivo è calmarti, qualsiasi agitazione diventa un errore. Se l’obiettivo è essere presente, anche l’agitazione diventa materiale di pratica.
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Ti giudichi mentre pratichi: “non sono capace”, “penso troppo”, “non ci riesco”. La non-giudicantezza non significa che non nasceranno giudizi, significa accorgertene e non farti trascinare dal giudizio sul giudizio.
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La fai troppo lunga, troppo presto: aumentare minuti a caso non è sempre meglio. Anche la ricerca sulla “dose” di pratica è un tema aperto e in studio, e dosi più alte possono ridurre l’aderenza (cioè molli).
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La pratichi senza adattarla alla tua realtà: se hai una vita piena (lavoro, turni, ADHD, famiglia), un protocollo rigido può diventare un’ulteriore fonte di pressione. MBSR include anche pratiche informali proprio per portare consapevolezza nelle attività quotidiane.
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Ignori i segnali di difficoltà: per alcune persone possono emergere effetti indesiderati (ansia aumentata, insonnia, riattivazione di memorie difficili). Non è frequente quanto il marketing fa credere sia “sempre e solo benefica”, e va monitorato con buon senso; in certi casi è utile un supporto qualificato.
Su quest’ultimo punto voglio essere chiaro: non posso sapere dalla tua situazione se stai vivendo qualcosa di “normale” (agitazione iniziale, mente rumorosa) o qualcosa che richiede attenzione clinica. Se la pratica ti destabilizza in modo significativo, la cosa più onesta è ridurre, adattare e chiedere supporto.
Un modo semplice per rimetterla al posto giusto
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Riduci l’obiettivo: non “voglio calmarmi”, ma “voglio notare cosa sta succedendo”.
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Riduci la dose: 3–5 minuti fatti bene battono 20 minuti fatti in lotta. (Non è una regola scientifica universale, è una scelta pratica per aumentare continuità e sicurezza.)
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Sposta la pratica nel quotidiano: una doccia consapevole, 3 respiri prima di rispondere, camminare sentendo i piedi. L’informalità non è un ripiego: è parte integrante dell’allenamento.
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Cambia frase interna: da “sto sbagliando” a “sto notando”. È qui che la mindfulness ricomincia a funzionare.
La verità: la mindfulness non ti salva dalla vita, ti insegna a starci dentro
Se la usi per scappare dall’esperienza, smette di aiutarti. Se la usi per incontrare l’esperienza con più presenza, diventa uno strumento reale: meno reattività, più scelta, più lucidità.
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