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Oronzo Ricci racconta la Pigheologia, tra arte, antropologia e apparenza, in un incontro sorprendente che porta il corpo al centro di una nuova narrazione.
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Quando il corpo diventa un linguaggio
Ci sono incontri che nascono da una domanda e finiscono per aprire una finestra su un mondo inatteso. È quello che è accaduto alla Capannina di Cinquale, dove Carla Cavicchini, per G-Channel Magazine TV, ha incontrato Oronzo Ricci, artista poliedrico, pittore, musicista e scrittore, protagonista di una conversazione fuori dagli schemi dedicata alla Pigheologia.
Un termine curioso, provocatorio, capace di strappare un sorriso ma anche di sollevare una questione molto più ampia: quanto può raccontare di noi ciò che appare?
Ricci ha costruito attorno a questa domanda una vera e propria ricerca artistica e narrativa, trasformando la rappresentazione del corpo in un codice da interpretare.
E proprio davanti ad alcune delle sue opere, i cosiddetti “retroritratti”, prende forma il racconto di una disciplina singolare che l’artista ha elaborato nel corso della sua attività.
La Pigheologia secondo Oronzo Ricci
Il termine Pigheologia deriva, nella spiegazione di Ricci, dal greco pigé, riferito alle natiche, e richiama idealmente anche la celebre Venere Callipigia, la “Venere dalle belle natiche”.
Ma dietro una definizione apparentemente ironica si nasconde una riflessione più ampia sull’apparenza, sulla rappresentazione del corpo e sul modo in cui l’arte ha sempre utilizzato forme, proporzioni e caratteristiche fisiche per costruire significati.
Ricci distingue infatti con decisione tra carattere e personalità.
Il carattere, nella sua interpretazione, appartiene all’essere profondo dell'individuo. La personalità, invece, è ciò che emerge all’esterno, quasi una maschera attraverso la quale ci presentiamo agli altri.
Una distinzione che diventa particolarmente interessante nell’epoca dei social network, dove l’immagine sembra spesso precedere la persona.
Dall’arte alla lettura dell’apparenza
La ricerca di Ricci si inserisce nel più ampio territorio della fisiognomica, intesa nel suo percorso come studio della rappresentazione e dell’apparenza.
L’artista ricorda come, nella storia dell’arte, i tratti fisici siano stati utilizzati per comunicare immediatamente qualità morali, caratteristiche o ruoli.
Il riferimento alla pittura sacra è significativo: nelle rappresentazioni artistiche, colori, volti, capelli e altri elementi potevano diventare veri e propri codici visivi.
Non si tratta, dunque, di stabilire scientificamente che un determinato aspetto fisico corrisponda a un determinato carattere, ma di comprendere come l’arte abbia costruito nel tempo un linguaggio dell’apparenza.
Ed è proprio qui che la provocazione di Ricci acquista una dimensione culturale.
I “retroritratti” e il corpo come opera d’arte
Davanti alle tele esposte, l’intervista entra nel territorio più curioso della serata.
Le forme rappresentate vengono interpretate dall’artista attraverso una classificazione ironica e personale, con riferimenti a diverse tipologie corporee.
Sono i suoi retroritratti, opere che trasformano una parte del corpo normalmente relegata alla sfera privata in un soggetto artistico e narrativo.
Il risultato è volutamente provocatorio.
Ricci non sembra voler soltanto osservare un corpo, ma invitare lo spettatore a interrogarsi sul modo in cui quel corpo viene guardato, interpretato e rappresentato.
È una provocazione che appartiene pienamente alla sua ricerca artistica: spostare il punto di vista per costringere l’osservatore a vedere ciò che normalmente guarda senza soffermarsi.
Dalla biologia all’antropologia
Nel corso dell’intervista, la conversazione si sposta poi verso una dimensione antropologica.
Ricci collega l’osservazione del corpo anche alla storia evolutiva dell’uomo e alla necessità, nelle società preumane, di riconoscere segnali legati alla riproduzione e alla conservazione della specie.
È un passaggio che mostra come la sua ricerca non voglia fermarsi alla semplice provocazione estetica.
Al contrario, il corpo diventa una porta d’accesso verso temi più ampi: evoluzione, comportamento, simboli, arte e cultura.
Tuttavia, è proprio necessario distinguere tra il valore artistico e culturale di queste interpretazioni e la loro validità scientifica. La Pigheologia di Ricci appartiene infatti alla sua personale elaborazione artistica e non va confusa con una disciplina scientifica riconosciuta.
Un libro diventato un caso editoriale
La ricerca sulla Pigheologia ha trovato spazio anche nella scrittura.
Ricci ha pubblicato il “Piccolo manuale di Pigheologia”, volume che ha accompagnato la sua ricerca e che, secondo quanto raccontato durante l’intervista, ha suscitato un interesse tale da rendere possibile una nuova edizione.
L’idea di una ristampa potrebbe quindi riportare il libro al centro dell’attenzione, permettendo a nuovi lettori di conoscere una delle esperienze più singolari del percorso dell’artista.
Una possibilità ancora in fase di valutazione, ma che testimonia come la curiosità attorno al tema non si sia esaurita.
Perché oggi l’apparenza conta più che mai
La parte forse più attuale dell’intervista arriva quando Ricci collega la Pigheologia al mondo contemporaneo.
I social network hanno trasformato l’apparenza in una forma di comunicazione permanente.
Fotografie, video, profili, immagini costruite e autorappresentazione hanno reso il modo in cui mostriamo noi stessi quasi importante quanto ciò che siamo.
In questo scenario, la riflessione di Ricci assume una particolare forza: l’apparenza non è più soltanto qualcosa che accompagna la persona, ma può diventare una vera identità pubblica.
E allora la domanda diventa inevitabile: quanto di ciò che vediamo racconta realmente chi abbiamo davanti?
Oronzo Ricci, un artista oltre i confini
La conversazione con Carla Cavicchini non si ferma alla Pigheologia.
Ricci racconta anche gli altri territori della sua ricerca artistica. Pittura, scrittura e musica convivono in un percorso creativo nel quale le diverse forme dell’arte non vengono considerate separate, ma parti di una stessa espressione.
Il riferimento a Pitagora e all’armonia dei suoni introduce il tema della musica come arte dell’equilibrio.
Ricci racconta di aver studiato flauto al conservatorio e di suonare numerosi strumenti, arrivando a contarne tredici.
Un numero che, scherza, dopo una certa soglia smette quasi di essere contato.
E ancora una volta emerge il ritratto di un artista difficile da racchiudere in una sola definizione.
Dalla Pigheologia all’intelligenza artificiale
Nel frattempo, mentre conclude una serie di conferenze, Ricci guarda già verso nuovi progetti.
Tra questi c’è un libro dedicato a un tema completamente contemporaneo: il rapporto tra intelligenza artificiale e arte.
Un passaggio che, apparentemente, potrebbe sembrare distante dalla Pigheologia e dalla sua ricerca sul corpo.
In realtà, il filo conduttore è sempre lo stesso: interrogarsi sull’arte, sull'immagine e sul modo in cui l'uomo costruisce, interpreta e trasforma la realtà.
Dalla tela al corpo, dalla musica alla parola, fino all’intelligenza artificiale, Ricci continua così a muoversi lungo territori differenti, cercando connessioni dove altri vedono separazioni.
Un incontro che lascia una domanda
L’intervista alla Capannina di Cinquale si conclude con un altro appuntamento musicale: Ricci annuncia infatti una sua esibizione al pianoforte all’Hotel Logos di Forte dei Marmi, in occasione di un appuntamento collegato al Museo Ugo Guidi.
Ma ciò che rimane dell’incontro è soprattutto una domanda.
In una società dominata dalle immagini, dove ogni giorno scegliamo come apparire e cosa mostrare di noi, possiamo davvero separare l’apparenza dall’identità?
La Pigheologia di Oronzo Ricci nasce come provocazione artistica, ma proprio per questo apre una riflessione più ampia.
Perché dietro una forma, dietro un’immagine e persino dietro una fotografia apparentemente frivola può nascondersi una domanda molto seria: che cosa vediamo davvero quando guardiamo qualcuno?
Ed è forse questa la forza dell’arte di Ricci: non offrire necessariamente una risposta, ma costringerci a guardare ancora una volta.
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