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MORBOSA
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Il fascino dell'irrisolto


Il fascino dell'irrisolto
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C'è una stranezza nel modo in cui consumiamo il true crime, e merita un discorso a parte: i casi irrisolti ci prendono molto più di quelli chiusi.

Per accorgersene basta scorrere le classifiche dei podcast true crime: i cold case, cioè casi ancora aperti, senza un colpevole definitivo o con condanne contestate, finiscono in cima molto più spesso delle vicende chiuse da una sentenza passata in giudicato. Il mistero vende più della soluzione.

In Italia l'esempio più estremo è il Mostro di Firenze. È anche quello da cui si impara di più, anche se quello che insegna riguarda più noi che il crimine.

Tra il 1968 e il 1985, nelle campagne intorno a Firenze, vengono uccise sedici persone. Otto coppie, sorprese di notte in luoghi isolati e colpite sempre con la stessa pistola, una Beretta calibro 22. Le indagini vanno avanti per decenni, tra imputati, teorie e processi che si accavallano.

Pietro Pacciani viene condannato in primo grado nel 1994 e assolto in appello nel 1996. La Cassazione annulla l'assoluzione e dispone un nuovo processo, ma lui muore nel 1998, prima che cominci. Intanto i suoi presunti complici, i cosiddetti "compagni di merende", finiscono a loro volta a processo, e Mario Vanni e Giancarlo Lotti vengono condannati. Per la giustizia qualcosa si è chiuso. Per l'immaginario collettivo no: si continua a parlare di mandanti, di moventi, di figure rimaste nell'ombra.

Col tempo il Mostro di Firenze ha smesso di essere soltanto un caso di cronaca ed è diventato quasi un genere letterario, una trama che si può riscrivere all'infinito. Ogni libro, ogni documentario porta il suo colpevole e il suo movente, e ogni versione trova i suoi lettori, perché la voglia di chiudere il cerchio non si esaurisce mai.

Perché i casi irrisolti ci attirano così tanto? La psicologia ha un nome per questa fame di finali: effetto Zeigarnik. Viene da Bluma Zeigarnik, psicologa di origine lituana che negli anni Venti lavorava a Berlino. Si racconta che tutto sia partito da un'osservazione fatta in un caffè: i camerieri ricordavano alla perfezione le ordinazioni ancora da saldare e le dimenticavano appena il conto era chiuso. Nei suoi esperimenti del 1927 Zeigarnik mostrò che i compiti interrotti restano in memoria molto più a lungo di quelli portati a termine.

Una storia senza finale funziona allo stesso modo. Resta lì come un lavoro lasciato a metà, e la mente ci torna sopra. A questo si somma il bisogno di chiusura cognitiva, cioè il disagio che proviamo davanti all'incertezza e la spinta ad avere una risposta definitiva, quasi qualunque essa sia. Così continuiamo a cercare una soluzione finché non la troviamo, o finché non ci rassegniamo all'idea che non esista.

Nei casi irrisolti che durano decenni, però, c'è qualcosa in più. Restano aperti per mancanza di prove, certo, ma anche perché l'assenza di un finale certo lascia a chiunque un posto nella storia: quello dell'investigatore. Il lettore, l'ascoltatore, il regista di un docufilm, il giornalista, ognuno può pensare di essere quello che lo risolverà.

Un caso chiuso questa partecipazione non la concede. Se il colpevole è stato condannato in via definitiva, tu resti fuori. Se il caso è aperto, ci sei dentro: puoi farti una teoria, discuterla, convincerti di essere più vicino alla verità degli investigatori ufficiali.

Tutto questo ha un costo, e se ne parla poco.

Attorno a ogni caso irrisolto ci sono famiglie vere, quelle delle vittime, che una risposta definitiva su chi ha ucciso i loro cari non l'hanno mai avuta. Per loro ogni nuova teoria, ogni libro, ogni documentario che riapre il caso riapre anche una ferita che non si è mai rimarginata.

Nel corso degli anni alcuni familiari delle vittime del Mostro hanno chiesto che la vicenda smettesse di essere riesumata come intrattenimento. Quasi sempre sono rimasti inascoltati: la curiosità del pubblico pesava più del loro bisogno di pace.

È questa la tensione che il true crime sui casi irrisolti di rado ammette. Il nostro bisogno di chiudere il cerchio si scontra con il diritto di alcune persone a non diventare materiale per il nostro intrattenimento.

Il Mostro di Firenze verrà riscritto ancora. Arriveranno altri libri, altri podcast, altre serie, e ognuno alimenterà la domanda invece di placarla. Un caso irrisolto, una volta risolto, smetterebbe di servire: come storia funziona proprio perché resta aperto.

Forse il punto più scomodo è questo. Una risposta, in fondo, non la vogliamo. Ci piace continuare a cercarla.


Se sei arrivata fin qui, probabilmente sei già morbosa quanto me. Ci vediamo giovedì.

- Morbosa esce ogni giovedì -

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