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Aggressività, bullismo e rabbia adolescenziale raccontano una crisi educativa profonda. Un’analisi sul disagio giovanile tra social, fragilità emotiva e assenza di riferimenti adulti.
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Quando un rimprovero scatena la violenza: il nuovo volto del disagio giovanile.
Gli ultimi fatti di cronaca raccontano una deriva molto inquietante di adolescenti che picchiano passanti per un semplice richiamo, aggrediscono anziani per noia, studenti che utilizzano violenza verbale sui compagni e spesso “bullizzano” docenti per un voto, una regola o una frustrazione. Episodi che non sono più eccezioni, ma segnali di una società nella quale regna un disagio profondo che esplode senza filtri.
Molti esperti parlano di fragilità emotiva, incapacità di tollerare il limite, adulti delegittimati. In tale contesto indubbiamente i social amplificano la rabbia, trasformano ogni scontro in spettacolo, ogni rimprovero in un affronto pubblico da mostrare.
Un rimprovero non genera violenza la fa emergere. E’ un detonatore che rivela ciò che già cova, come fragilità emotiva, identità stabile e difficoltà a tollerare la frustrazione.
La violenza diventa una risposta immediata, impulsiva e identitaria. Non siamo solo di fronte ad una devianza come avrebbe detto il sociologo Robert Merton con la sua teoria della tensione strutturale, ma ad una vera e propria crisi educativa. Ragazzi che non riconoscono l’autorità perché non hanno più adulti credibili da imitare, giovani che reagiscono con aggressività perché privi di strumenti per nominare ciò che provano.
Studenti che insultano i compagni, umiliano o addirittura picchiano i docenti, non rappresentano la ribellione, ma un disagio che non trova parole e si trasforma in attacco. Ogni episodio di cronaca è un campanello d’allarme che riguarda tutti dalla scuola, famiglia alla società stessa.
Da numerosi studi condotti da parte di specialisti pedagogisti e psicologi si conferma che l’aggressività giovanile sia la punta dell’iceberg di un disagio profondo. Molti adolescenti non sanno tollerare frustrazione, limiti e attese e la rabbia diventa l’unico linguaggio possibile. Vi è presente negli adolescenti la cultura dell’immediatezza ovvero tutto deve essere subito e un “no” viene percepito come un affronto personale.
Spesso il conflitto rappresenta un contenuto da mostrare nei social, ove vige la forza dello spettacolo, e l’umiliazione diventa intrattenimento
Sempre più assenza di confini educativi, adulti delegittimati, regole incoerenti e autorità percepita come ostile e non come una guida. Se la pedagogia non chiede punizioni esemplari, ma presenza educativa occorre partire da questo, ovvero ricostruire l’autorità educativa mediante adulti credibili e coerenti capaci di dire “no” senza timore. In segare a nominare rabbia, frustrazione vergogna, trasformando l’impulso in parola. Tuttavia la violenza giovanile non nasce dal rimprovero, ma dalla difficoltà di stare dentro un limite senza sentirsi annientati.
Il compito educativo non è evitare i rimproveri, ma insegnare a comprenderli e trasformarli in crescita. Occorre rendere i limiti comprensibili e soprattutto creare alleanze tra scuola e famiglia, non due fronti opposti, ma un’unica cornice educativa. Un altro aspetto importante che molti giovani non hanno adulti con cui parlare davvero, mediante un sano dialogo, reagiscono e non elaborano.
Urge responsabilizzare senza umiliare, facendo comprendere le conseguenze senza schiacciare l’identità personale altrui, dato che la violenza non si spegne con altra violenza, ma con relazioni solide, rispetto e adulti presenti mediante un lavoro costante sulla capacità di stare nel mondo senza distruggerlo.
La violenza giovanile non è un destino, ma un messaggio da non sottovalutare. In tal caso anche la scuola, se sostenuta, può tornare a essere il luogo dove tale messaggio viene ascoltato, trasformato ed educato.
Di Mambro Dolores : Docente e Pedagogista
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