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Le emozioni negative (come rabbia, tristezza, paura, vergogna) non sono “sbagliate”: sono segnali che ci informano su bisogni, confini e situazioni importanti per noi. Quando però le evitiamo, le giudichiamo o le reprimiamo a lungo, spesso aumentano di intensità e finiscono per guidare scelte, relazioni e comportamenti in modo automatico.
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Che cosa significa “gestirle” davvero
Per me, “gestire” non vuol dire spegnerle o controllarle con la forza: significa sviluppare regolazione emotiva, cioè la capacità di influenzare quali emozioni proviamo, quando le proviamo e come le viviamo/esprimiamo. Questa abilità non serve per diventare “sempre positivi”, ma per restare presenti e liberi di scegliere anche quando dentro si muove qualcosa di difficile.
Rabbia: un’emozione utile (se la ascoltiamo)
La rabbia può avere una funzione adattiva: spesso segnala che non ci sentiamo rispettati, che un confine è stato superato o che c’è un’ingiustizia (reale o percepita) che ci fa reagire. Diventa un problema quando la sua espressione compromette relazioni e benessere, oppure quando viene trattenuta fino a trasformarsi in esplosioni o chiusura totale.
Tristezza: il tempo del rallentare
La tristezza, anche quando fa paura, può indicarci perdita, delusione o bisogno di cura; spesso ci chiede di rallentare, dare valore a ciò che è accaduto e riorganizzare le energie. Se la combattiamo come fosse un nemico, rischiamo di restare bloccati tra stanchezza emotiva e senso di colpa (“non dovrei sentirmi così”).
Il mio modo di lavorare: accoglienza, autenticità, empatia
Nel mio approccio rogersiano la base è la qualità della relazione: empatia, accettazione positiva incondizionata e congruenza (autenticità) creano uno spazio sicuro in cui l’emozione può essere vista e compresa, senza giudizio. Quando una persona si sente davvero compresa, spesso smette di “lottare” contro ciò che prova e inizia a trasformare l’emozione in consapevolezza e scelta.
4 passi pratici che propongo spesso (semplici, ma potenti)
1) Dare un nome preciso a ciò che provi. Spesso non è “sto male”: è rabbia, ansia, vergogna, tristezza, delusione; nominare riduce confusione e aumenta contatto con sé.
2) Ascoltare il messaggio dell’emozione. Chiediti: “Che bisogno sta segnalando? Che confine sta proteggendo? Che valore è stato toccato?”.
3) Scegliere una strategia di regolazione emotiva. In molte persone funziona la rivalutazione cognitiva (guardare la situazione da un’angolatura più utile) oppure pratiche come la mindfulness, che supportano la regolazione emotiva e riducono il rimuginio.
4) Trasformare l’energia emotiva in un’azione piccola e coerente. Non “fare tutto”, ma fare una cosa: una richiesta chiara, un confine, una pausa vera, un confronto, un gesto di cura.
Quando è il momento di chiedere aiuto
Se le emozioni negative sono costanti, molto intense, portano a isolamento, conflitti frequenti, crisi di pianto, somatizzazioni o se ti senti “in balia” delle reazioni, vale la pena farsi accompagnare in un percorso. In terapia lavoriamo per aumentare consapevolezza, regolazione e autostima, così che l’emozione resti una bussola e non diventi un carico.
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