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Quando parlo di burnout, mi riferisco a una condizione legata allo stress lavorativo cronico non gestito con successo, che l’OMS descrive come “fenomeno occupazionale” (non una malattia) e che si manifesta con tre dimensioni: esaurimento, distanza mentale/cinismo verso il lavoro e ridotta efficacia professionale. Nella mia esperienza clinica, riconoscerlo presto è fondamentale perché, se ignorato, può influire su sonno, umore, relazioni e performance lavorativa.
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I segnali principali che osservo
I segnali più tipici includono energia in calo o stanchezza costante, irritabilità, difficoltà di recupero, e la sensazione di “non farcela più” anche dopo il riposo. Spesso compare anche una forma di disaffezione/distanza dal lavoro: cinismo, distacco emotivo, perdita di motivazione e riduzione del coinvolgimento. Un altro campanello d’allarme è il senso di inefficacia: percepirsi inadeguati, perdere fiducia nelle proprie competenze e vivere il lavoro come una continua prova da fallire.
Perché succede: fattori di rischio (non “colpa tua”)
Il burnout non nasce solo dalla “fragilità personale”: molto spesso entrano in gioco fattori organizzativi come carichi di lavoro eccessivi, scarsa autonomia, mancanza di supporto, leadership inadeguata e conflitti sul lavoro. INAIL evidenzia anche elementi come turni/reperibilità e squilibrio vita-lavoro, che nel tempo possono erodere le risorse psicofisiche. Quando queste condizioni persistono, lo stress smette di essere “stimolo” e diventa logoramento.
Come lavoro in studio: il primo obiettivo è tornare a respirare
Nel percorso psicologico, il mio primo focus è aiutarvi a dare un nome a ciò che state vivendo e a ricostruire confini più sani tra richieste esterne e bisogni interni. Lavoriamo per ridurre l’esaurimento (recupero, ritmi, priorità), affrontare la distanza emotiva che spesso porta a isolamento e chiusura, e ricostruire la percezione di efficacia con passi realistici e sostenibili. Quando serve, valuto insieme a voi anche le condizioni lavorative che alimentano il problema, perché la prevenzione passa spesso da cambiamenti concreti nel contesto e nelle abitudini.
Quando chiedermi aiuto
Vi invito a chiedere supporto se lo stress lavorativo dura da mesi, se sentite stanchezza persistente, cinismo/distacco o un forte senso di inefficacia, oppure se iniziano insonnia, ansia o umore depresso. Chiedere aiuto non significa “non essere all’altezza”: significa interrompere un processo che, lasciato andare, tende a peggiorare.
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