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Carla Cavicchini
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A fior di labbra: Oronzo Ricci racconta il bacio


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Un viaggio tra musica, antropologia e passione: nell’intervista a Oronzo Ricci il bacio diventa arte, storia e racconto dell’anima.

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Intervista a Oronzo Ricci tra musica e antropologia

A Villa La Torretta, nel cuore del Galluzzo, l’atmosfera è sospesa. Le note di Ennio Morricone si diffondono leggere nell’aria, evocando immagini di amori lontani e memorie cinematografiche. È così che prende vita l’incontro con Oronzo Ricci, protagonista della serata dedicata al libro “A fior di labbra”, un’opera che esplora quasi tutto sul bacio, attraversandone le dimensioni sociali, antropologiche e culturali.

Ricci non è solo autore, ma musicista e narratore dell’anima. Il flauto d’argento – dono di un amore giovanile – diventa estensione del respiro, ponte tra parola e suono. Dall’Adagio attribuito ad Tomaso Albinoni ai temi immortali di Morricone, la musica accompagna il pubblico in un viaggio che prepara all’ascolto di una riflessione più profonda: quella sull’origine e il significato del bacio.

Il bacio tra storia, riti e San Valentino

Entrando nel cuore del libro, Ricci conduce indietro nel tempo, quando gli antichi osservavano il volo degli uccelli per comprendere l’inizio della stagione degli amori. I riti in onore del dio Luperco segnavano un momento di passaggio: coppie formate per sorteggio, unioni che potevano trasformarsi in legami duraturi.

Con l’avvento del Cristianesimo, quei riti vennero progressivamente assorbiti e trasformati. La figura di San Valentino si sovrappose a tradizioni più antiche, fino a diventare simbolo universale degli innamorati. Tuttavia, come racconta Ricci, i “San Valentino” nella storia sono molti, undici secondo le sue ricerche. Un dettaglio che svela quanto la tradizione sia spesso il risultato di stratificazioni culturali.

Nel frattempo, il bacio assumeva significati diversi. Nell’antica Roma, ad esempio, il gesto aveva anche una funzione sanitaria: i soldati si baciavano per verificare lo stato di salute reciproco. Il termine latino “suavium” indicava invece il bacio erotico, riservato non alle mogli ma alle cortigiane. Un paradosso che racconta molto della mentalità dell’epoca.

Dal bacio olfattivo al bacio alla francese

L’intervista si fa ancora più intrigante quando si parla di bacio olfattivo, gesto primordiale legato alla verifica dell’attrazione attraverso l’olfatto. Ricci lo collega alle origini preumane, quando la vista e l’odore erano strumenti essenziali per riconoscere la fertilità e l’affinità.

Tuttavia, il momento più sorprendente riguarda il cosiddetto bacio alla francese. Quello che oggi intendiamo come bacio profondo con la lingua, racconta Ricci, non sarebbe affatto francese ma fiorentino, introdotto in Francia da Caterina de' Medici. Inoltre, solo nel 2008 il vocabolario Lo Zingarelli ha aggiornato ufficialmente la definizione, accogliendo l’uso moderno del termine. Prima, nei dizionari, il significato era ben diverso.

Questa evoluzione linguistica dimostra come il linguaggio segua la società e come il bacio sia specchio delle trasformazioni culturali. Inoltre, Ricci ricorda il termine “cataglosso”, dal greco, a indicare tecnicamente il movimento della lingua. Un dettaglio etimologico che aggiunge fascino e rigore scientifico alla narrazione.

Psicostasia, anima e memoria del cuore

La serata si conclude con un richiamo potente all’antico Egitto. Nella psicostasia, il dio Anubi pesava il cuore del defunto contro una piuma: solo un cuore leggero, non gravato dai peccati, poteva accedere all’eternità.

Ricci riprende questa immagine per spiegare come, per gli antichi, il cuore fosse sede dell’anima e della memoria. Non a caso si dice che il primo amore non si scorda mai: non è la mente a custodirlo, ma il cuore.

Infine, accanto al libro “A fior di labbra”, emerge un’altra disciplina ideata da Ricci, la pigiologia, studio simbolico della personalità attraverso il corpo. Un tema che apre nuove prospettive e dimostra quanto l’autore ami esplorare territori culturali non convenzionali.

Il bacio, dunque, non è soltanto un gesto romantico. È un linguaggio, una traccia antropologica, un segno che attraversa i secoli e racconta chi siamo.

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