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Carla Cavicchini
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La cultura che unisce l’Europa: Bernacchi racconta la SEC


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A Pescia, la cultura torna a unire memoria, Europa e dialogo: Pier Francesco Bernacchi racconta la Società Europea di Cultura e il legame con San Francesco.

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La Società Europea di Cultura, un’idea nata per far dialogare l’Europa

Ci sono momenti della storia in cui la cultura smette di essere soltanto conoscenza e diventa uno strumento per costruire ponti. È da questa intuizione che nasce la Società Europea di Cultura, realtà fondata formalmente a Venezia nel 1950 su iniziativa del filosofo Umberto Campagnolo, con un progetto nato già nel 1946: favorire il dialogo tra uomini di cultura di Paesi, discipline e orientamenti differenti.

A raccontarne la storia e il significato è Pier Francesco Bernacchi, presidente della Società Europea di Cultura, intervistato da Carla Cavicchini per G-Channel Magazine TV.

«La Società Europea di Cultura – spiega Bernacchi – si occupa di cultura nei Paesi dell’Europa geografica». Un concetto che assume un significato particolare se collocato nel periodo storico in cui la SEC vide la luce: l’Europa usciva dalla Seconda guerra mondiale e si preparava a vivere una delle stagioni più complesse della propria storia contemporanea.

L’intuizione di Campagnolo era ambiziosa: creare uno spazio nel quale l’Europa occidentale e quella orientale potessero continuare a parlarsi anche quando la politica e la contrapposizione ideologica sembravano rendere il dialogo sempre più difficile.

La SEC avrebbe così assunto negli anni un ruolo legato alla cosiddetta politica della cultura, lavorando sui temi del dialogo, della comprensione, della collaborazione e della pace. Durante la Guerra fredda, mantenere aperto il confronto tra Est e Ovest rappresentò uno degli elementi centrali della sua attività.

Da Umberto Campagnolo al dialogo tra Est e Ovest

Campagnolo non immaginava la cultura come qualcosa da custodire dentro una torre d’avorio. La pensava come una responsabilità civile, capace di intervenire nel proprio tempo.

Nel corso della sua storia, la Società Europea di Cultura ha coinvolto numerose personalità del panorama culturale internazionale. Tra i nomi ricordati dalle fonti istituzionali figurano Benedetto Croce, Thomas Mann, Marc Chagall, Giuseppe Ungaretti e molte altre figure della cultura europea e internazionale.

Bernacchi ricorda inoltre il ruolo avuto dalla Società nel mantenere vivo il dialogo durante gli anni della divisione europea e racconta un episodio particolarmente significativo legato alla caduta del Muro di Berlino.

Un anno dopo quella svolta storica, insieme all’ambasciatore Bruno Bottai Vattani, venne organizzato a Berlino un incontro all’Ambasciata italiana, in un luogo che portava ancora fisicamente i segni della divisione della città. All’appuntamento parteciparono centinaia di giornalisti provenienti da diversi Paesi europei.

Era un’Europa che cambiava volto. E la cultura tornava a essere chiamata a svolgere una funzione essenziale: creare occasioni di confronto proprio quando la storia sembrava aprire una nuova pagina.

La guerra e il ritorno della cultura come spazio di dialogo

Con la fine della Guerra fredda, molte delle ragioni che avevano reso particolarmente evidente la funzione della SEC sembravano appartenere al passato.

Tuttavia, la storia non aveva ancora concluso il proprio percorso.

Nel racconto di Bernacchi, il conflitto tra Russia e Ucraina, due Paesi che egli colloca nell’orizzonte europeo della Società, ha riportato drammaticamente al centro la necessità del dialogo culturale.

È proprio in una fase di nuove divisioni che, secondo Bernacchi, la cultura può tornare a svolgere quella funzione per la quale la Società Europea di Cultura era stata pensata: mantenere aperto un confronto che permetta di non perdere di vista l’identità e la complessità dell’Europa.

La stessa SEC descrive ufficialmente la propria missione attraverso parole come comprensione, collaborazione e pace, individuando nella cultura uno spazio di responsabilità civile.

San Francesco, 800 anni dopo: memoria, arte e cultura

L'intervista si sposta poi su San Francesco, in occasione delle celebrazioni per gli 800 anni dalla sua morte, avvenuta nel 1226. Il 2026 è infatti l’anno dedicato all’ottavo centenario del Transito del Santo.

Ed è qui che la cultura europea incontra la memoria di un territorio.

A Pescia, nella Chiesa di San Francesco, è custodita una straordinaria tavola firmata e datata nel 1235 da Bonaventura Berlinghieri, considerata il più antico dipinto pervenuto raffigurante San Francesco. L’opera fu realizzata appena nove anni dopo la morte del Santo e costituisce una testimonianza artistica di straordinario valore storico.

Bernacchi racconta come proprio questa presenza abbia contribuito nel tempo a rendere Pescia un luogo conosciuto anche oltre i confini italiani, attirando l’interesse di visitatori provenienti in particolare dall’area culturale tedesca, oltre che da altri Paesi europei.

Non è soltanto turismo.

Dietro la possibilità di visitare un luogo, osservare un’opera e riconoscere una figura della storia si apre infatti un percorso più profondo: quello della cultura come strumento di conoscenza.

Quando il patrimonio diventa un ponte tra passato e futuro

La tavola di San Francesco diventa così qualcosa di più di una preziosa testimonianza artistica.

Diventa una porta attraverso la quale leggere quasi otto secoli di storia.

Da una parte c’è il patrimonio, con la sua capacità di conservare tracce del passato. Dall’altra c’è il presente, che torna a interrogarsi sul significato di quelle tracce.

È questa, in fondo, la prospettiva che attraversa le parole di Bernacchi: la cultura non come semplice celebrazione della memoria, ma come possibilità concreta di mettere in relazione persone, territori e sensibilità differenti.

E Pescia, proprio attraverso la figura di San Francesco e quella tavola del XIII secolo, diventa un punto d’incontro tra arte, storia, spiritualità e turismo culturale.

La speranza affidata alla cultura

Prima di concludere l’intervista, Bernacchi affida alle telecamere un auspicio semplice e allo stesso tempo profondamente attuale: che la guerra possa terminare presto e che la Società Europea di Cultura possa continuare a svolgere quella funzione di dialogo alla quale è stata chiamata fin dalla sua nascita.

Perché se la storia insegna qualcosa, è che i muri possono dividere le persone, ma la cultura può continuare a creare spazi nei quali incontrarsi.

Ed è forse proprio questa la sfida dell’Europa contemporanea: non dimenticare ciò che la propria storia ha insegnato e continuare a costruire, attraverso la conoscenza e il confronto, occasioni di dialogo.

Da Venezia a Pescia, da Umberto Campagnolo a San Francesco, il filo conduttore resta lo stesso: la cultura può diventare un ponte.

E quando quel ponte continua a essere attraversato, la memoria smette di appartenere soltanto al passato e torna a parlare al presente.

Carla Cavicchini per G-Channel Magazine TV.

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