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Carla Cavicchini
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Giovanni Veronesi: «Ho voluto fare un film drammatico sulla comicità»


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Firenze, Giovanni Veronesi racconta Dio Ride, il film ambientato nel Seicento nato per interrogarsi sul valore della comicità nella società.

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Giovanni Veronesi: «Ho voluto fare un film sulla comicità»

A Palazzo Strozzi Sacrati il racconto di Giovanni Veronesi

Siamo a Palazzo Strozzi Sacrati, a Firenze, per incontrare Giovanni Veronesi e parlare di Dio Ride, il film ambientato nel Seicento che ha ricevuto importanti riconoscimenti e attenzione anche nell’ambito delle iniziative della Regione Toscana, oltre ad essere accolto al Festival di Venezia.

Ma dietro il film non c’è soltanto una storia ambientata in un'epoca lontana. C’è soprattutto una domanda che riguarda il presente: che cosa significa davvero far ridere?

È proprio da questa domanda che parte il percorso personale e artistico di Veronesi.

Dal far ridere al raccontare la comicità

«Ogni film ha una storia sua», racconta Giovanni Veronesi.

E quella di Dio Ride nasce da una riflessione maturata nel tempo, dopo una lunga carriera dedicata al cinema e alla comicità.

Il regista spiega di essere arrivato a un momento della propria vita in cui ha sentito il bisogno di guardare il proprio lavoro da una prospettiva diversa. Per anni aveva utilizzato la comicità come strumento per raccontare, divertire e coinvolgere il pubblico. Tuttavia, sentiva che mancava qualcosa: la necessità di interrogarsi sul significato stesso di quella materia.

«Sono arrivato a un punto della mia vita in cui ho pensato che tutto ciò che avevo fatto riguardo alla comicità era solo quello di far ridere, ma mai di parlare di cos'è la comicità, di cosa può portare la comicità in una società, in un nucleo di persone».

È qui che il film cambia prospettiva.

Non più soltanto la risata come risultato finale, ma la comicità come linguaggio, come elemento capace di entrare nelle relazioni tra le persone e di raccontare una società.

Dio Ride, quando la risata diventa una domanda

Il Seicento diventa così lo scenario attraverso il quale Veronesi affronta un tema che, pur appartenendo alla storia, conserva una sorprendente attualità.

Perché ridere non significa soltanto divertirsi. La risata può creare una relazione, mettere in discussione le convenzioni, avvicinare le persone e, talvolta, raccontare ciò che le parole più serie non riescono a dire.

Per questo, dopo tanti film comici, il regista ha scelto di compiere un passo ulteriore.

«Ecco, ne andava di parlarne seriamente. Ho 64 anni, ho fatto tanti film comici che fanno ridere. Ho voluto fare un film drammatico sulla comicità».

Una frase che racchiude il senso più profondo del suo nuovo percorso.

Un cinema che nasce dall'esperienza

C'è anche un elemento generazionale nelle parole di Veronesi. A 64 anni, dopo una lunga esperienza nel cinema, arriva la volontà di fermarsi e osservare con occhi diversi ciò che ha accompagnato una parte importante della sua vita professionale.

La comicità, dunque, non viene abbandonata. Viene osservata da vicino, analizzata, trasformata in materia narrativa.

In questo senso Dio Ride rappresenta un passaggio: dalla semplice costruzione della risata alla ricerca di ciò che si nasconde dietro di essa.

Il riconoscimento ottenuto in Toscana e l'attenzione ricevuta a Venezia hanno accompagnato questo percorso, portando il film all'interno di un confronto più ampio sul cinema e sul suo rapporto con la società.

Il valore di una storia oltre la risata

La forza delle parole di Giovanni Veronesi sta proprio nella semplicità con cui raccontano una riflessione maturata nel tempo.

Dopo aver fatto ridere il pubblico, oggi il regista sceglie di chiedersi perché ridiamo, che cosa racconta una risata e quale ruolo possa avere la comicità nella società.

È una prospettiva diversa, forse più intima, che trasforma il cinema in uno spazio di riflessione senza rinunciare all'emozione.

E così, dietro un film ambientato nel Seicento, emerge una domanda profondamente contemporanea: quanto può raccontare di noi il modo in cui ridiamo?

Infine, è proprio questa domanda a lasciare il pubblico davanti allo schermo: non soltanto per assistere a una storia, ma per provare a guardare la comicità con occhi nuovi.

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