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Carla Cavicchini
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Giovanni Veronesi, Dio ride nel segno di Francesco Nuti


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A Firenze Giovanni Veronesi racconta Dio ride, il film nato dal dolore per Francesco Nuti: un viaggio tra comicità, memoria, cinema e cuore aperto, ritrovato.

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Giovanni Veronesi, Dio ride nel segno di Francesco Nuti

A Palazzo Strozzi Sacrati, a Firenze, il cinema lascia per un momento spazio alla memoria. Davanti ai giornalisti, Giovanni Veronesi racconta Dio ride, il suo nuovo film, ma soprattutto racconta una persona che, anche dopo la sua scomparsa, continua a vivere dentro il suo modo di fare cinema: Francesco Nuti.

Non è soltanto una dedica. È qualcosa di più intimo, quasi un dialogo che continua attraverso lo schermo.

Il film, presentato come titolo di chiusura fuori concorso dell’83ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, arriverà nelle sale italiane il 29 ottobre 2026, distribuito da PiperFilm.

Dio ride, un film nato a cuore aperto

Veronesi lo dice senza nascondersi dietro le parole: questo è il primo film realizzato dopo la morte di Francesco Nuti, l’amico e compagno di un lungo percorso artistico.

«Volevo farlo bene», racconta il regista. Voleva che Francesco potesse esserne orgoglioso. Perché Nuti, nella sua vita, non è stato soltanto un collega: è stato una presenza fondamentale, una persona che gli ha dato fiducia e che gli ha insegnato una particolare idea della comicità, della leggerezza e del cinema.

E così, mentre scriveva e costruiva il film, Veronesi ha continuato a immaginare Francesco accanto a sé. Ha pensato a ciò che avrebbero potuto fare insieme, alle discussioni, alle idee, alla possibilità di affrontare un personaggio come quello protagonista di Dio ride.

La scelta di Pierfrancesco Favino ha dato al film un interprete di grande forza. Ma nella mente del regista rimaneva una domanda inevitabile: come lo avrebbe fatto Francesco?

È proprio in questo spazio tra presenza e assenza che nasce l’anima più personale del film.

Francesco Nuti, un dialogo che continua nel cinema

La carriera di Veronesi è profondamente legata a Francesco Nuti. I due hanno iniziato insieme un percorso che ha segnato una stagione importante del cinema italiano e toscano. Anche per questo Dio ride assume un significato particolare nella sua filmografia.

«Mi sembra di aver fatto un film totalmente a cuore aperto», racconta Veronesi.

L'immagine che utilizza è potente: un'operazione senza filtri, nella quale bisogna entrare dentro, arrivare al cuore e farlo battere il più possibile.

È una metafora che racconta non soltanto il film, ma anche il modo con cui il regista ha affrontato l'assenza di Nuti.

Quando viene a mancare una persona così importante, spiega Veronesi, soprattutto quando quella persona ha attraversato profondamente la tua vita artistica, qualcosa si spezza. E il cinema diventa allora anche uno spazio nel quale provare a ricomporre quella frattura.

Dio ride nasce così: da un dolore trasformato in racconto, dalla memoria trasformata in cinema.

Pierfrancesco Favino e il personaggio che Nuti avrebbe potuto interpretare

Nel film, Pierfrancesco Favino interpreta Frate Leopoldo da Casamacchia, un religioso del Seicento capace di parlare di Dio con un linguaggio semplice, diretto e sorprendentemente gioioso. La sua popolarità cresce fino a diventare un problema per le autorità ecclesiastiche, mentre il confronto con il cardinale Maculani, interpretato da Silvio Orlando, porta la storia sul terreno della fede, della libertà e del potere.

Veronesi riconosce a Favino il talento di un «vero grande attore». Eppure, mentre lo dirigeva, continuava a pensare a Francesco.

Non per sostituirlo. Impossibile.

Piuttosto, per immaginare quella presenza che non poteva più esserci.

È una distinzione importante, perché il regista non mette in discussione il lavoro di Favino. Al contrario, ne riconosce l'eccezionalità. Ma dentro quel personaggio continua a vivere anche una domanda privata, quella che accompagna ogni artista quando perde qualcuno con cui ha condiviso una parte decisiva del proprio percorso.

Come avrebbe fatto Francesco?

È una domanda che, in fondo, diventa una forma di memoria.

La comicità come eredità e come linguaggio

Il cuore di Dio ride non è soltanto la storia di un frate. È anche una riflessione sulla comicità, sulla sua forza e sul rapporto tra il sorriso e il potere.

La storia è ambientata nel Seicento, ma il film guarda anche al presente: alla libertà, alla capacità di mettere in discussione ciò che sembra immutabile e al rapporto tra individuo e autorità.

Per Veronesi, dunque, ridere non significa necessariamente alleggerire la realtà. Può significare attraversarla più profondamente.

E forse è proprio qui che il ricordo di Nuti torna ancora una volta.

Perché la comicità che Veronesi racconta non è una semplice tecnica narrativa. È una forma di umanità. È la capacità di guardare ciò che fa paura senza rinunciare al sorriso.

Un film dedicato a Francesco Nuti

Veronesi ha scelto di non trasformare la dedica a Nuti in un gesto celebrativo ostentato. La dedica, però, è dentro il film, nel modo in cui è stato scritto, pensato e realizzato.

Dopo tanti anni trascorsi insieme, racconta il regista, aveva bisogno di parlare ancora di Francesco, anche se Francesco non c'era più.

Forse è proprio questo il senso più profondo di una dedica cinematografica: non scrivere soltanto un nome alla fine dei titoli di coda, ma lasciare che quella persona continui a dialogare con l'opera.

E così Francesco Nuti diventa una presenza invisibile di Dio ride.

Una presenza fatta di ricordi, insegnamenti, comicità e nostalgia.

Infine, c'è quella sensazione di aver chiuso un cerchio. Veronesi parla della comicità seriamente, con la stessa intensità con cui ne parlava con Francesco. È come se il film gli avesse permesso di tornare in quel luogo creativo condiviso, questa volta senza poter avere l'amico fisicamente accanto.

Ma con la sua voce ancora dentro.

Dio ride arriva al cinema il 29 ottobre 2026, dopo la presentazione alla Mostra di Venezia. La produzione coinvolge Indiana Production, PiperFilm e Ogi Film, in collaborazione con Netflix; la distribuzione italiana è affidata a PiperFilm.

E mentre il pubblico si prepara a incontrare Frate Leopoldo, sullo sfondo rimane una storia ancora più personale: quella di un regista che ha trasformato un'assenza in un film e ha scelto di affidare al cinema ciò che, forse, nella vita non poteva più dire.

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