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Carla Cavicchini
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Giorgio Baratti: «Il bello non è ciò che è famoso»


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Alla Biennale dell’Antiquariato di Firenze, Giorgio Baratti racconta il valore del bello, dell’arte e delle radici, tra memoria, passione e futuro.

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Alla Biennale Internazionale dell’Antiquariato di Firenze, nello storico scenario di Palazzo Corsini, l’arte non è soltanto qualcosa da osservare. È una porta aperta sulla memoria, sul tempo e sulle persone che, generazione dopo generazione, hanno saputo riconoscere il valore di ciò che non passa di moda.

È proprio qui che Carla Cavicchini incontra Giorgio Baratti, antiquario, collezionista e profondo conoscitore del mondo dell’arte, nel suo stand affollato di visitatori e di opere capaci di raccontare secoli di storia.

La sua presenza alla Biennale non è una novità. «Penso di venire qui da dodici o quindici anni», racconta Baratti. Ma il legame con questa manifestazione affonda le radici ancora più indietro, quando esponevano i fratelli Bellini, Giuseppe e Mario.

Di Mario Baratti conserva un ricordo particolarmente affettuoso: «Era una persona che amavo moltissimo, un vero signore». Parole che restituiscono immediatamente una dimensione umana a un ambiente spesso associato soltanto al valore economico delle opere.

Il mercato dell’antiquariato e il rischio dell’omologazione

Ma quanto è cambiato il mondo dell’antiquariato negli ultimi quindici anni?

Secondo Baratti, non tanto il mercato quanto i gusti. E in questa trasformazione individua una responsabilità precisa nell'avvento di Internet e dei social network.

«Oggi non si va più alla ricerca di ciò che è bello», osserva. «Quasi tutti sono costretti a scegliere ciò che è famoso, non più ciò che è bello».

È una riflessione che va oltre il mondo dell’arte e diventa una considerazione sulla società contemporanea. Nell'epoca in cui immagini, tendenze e algoritmi stabiliscono rapidamente cosa merita attenzione, il rischio, secondo l’antiquario, è quello di confondere la notorietà con il valore.

«Siamo arrivati all’assurdo che il più bello è solo il più famoso».

Baratti guarda tuttavia al futuro con fiducia. Quella che considera una fase momentanea, dice, potrebbe lasciare nuovamente spazio alla libertà di scegliere attraverso il gusto personale, la sensibilità e quelli che definisce i valori dell’anima.

«Siamo otto miliardi al mondo e otto miliardi di universi che si stanno uniformando in un unico pensiero, quello che ci viene dettato dai social». Una provocazione che diventa anche un invito a recuperare la propria capacità di scegliere.

Una credenza del Quattrocento che racconta la storia

Nel suo stand, la teoria lascia immediatamente spazio alla materia.

Tra i pezzi più significativi c'è una credenza certosina databile intorno al 1450, dunque agli inizi del Rinascimento. Un manufatto raro, che secondo Baratti presenta tarsie riconducibili alla stessa tradizione artigianale di alcuni mobili conservati al Museo del Bargello e a Palazzo Vecchio.

La particolarità, però, sta anche nella sua integrità.

«La mia credenza è integra», spiega l’antiquario. «È una credenza per una cappella gentilizia».

Al suo interno conserva ancora i piani estraibili destinati a contenere le pianete, gli abiti liturgici utilizzati dai sacerdoti durante le funzioni religiose. Le dimensioni del mobile non sono casuali: la larghezza, superiore agli ottanta centimetri, consentiva di riporre questi paramenti senza piegarli.

È proprio questo uno degli aspetti più affascinanti dell’antiquariato: dietro un mobile apparentemente silenzioso possono nascondersi informazioni sulla vita quotidiana, sulla religione, sull'artigianato e sulla società di un'epoca lontana.

Una passione nata nell’infanzia

La passione di Giorgio Baratti per l’antiquariato non nasce da una scelta professionale pianificata a tavolino. Nasce molto prima.

«I sentimenti non si comandano», racconta. «Sono indipendenti dalla nostra volontà».

Da bambino e poi da adolescente osservava gli oggetti che sua madre, collezionista, portava a casa. Erano piccoli manufatti, mobili, lampade, oggetti sacri, pezzi magari deteriorati e bisognosi di restauro.

E proprio quelle forme lo affascinavano.

A diciotto anni inizia a frequentare le botteghe degli artigiani fiorentini, entrando in un universo fatto di legni, incastri, serrature, chiavi, restauri e ricostruzioni.

«Vedevo i restauri dei mobili rinascimentali, i restauri dei mobili barocchi, le parti mancanti, le ricostruzioni, gli incastri». Un apprendistato sul campo, fatto soprattutto di osservazione.

In quegli anni incontra anche il professor Amedeo Riccardi, figura che Baratti ricorda come un vero maestro. Riccardi gli trasmette una lezione destinata a rimanere centrale nella sua formazione: imparare anche attraverso i propri errori, ma soprattutto imparare a guardare con i propri occhi.

Non con quelli degli altri.

«L’essenziale non è mai visibile agli occhi»

È forse il passaggio più intenso dell’intervista.

Baratti collega quella lezione alla celebre frase de Il Piccolo Principe: «Non si vede che con il cuore. L’essenziale è invisibile agli occhi».

Il riferimento è ad Antoine de Saint-Exupéry, ma il significato va ben oltre la citazione letteraria.

Per un antiquario, osservare significa infatti andare oltre la superficie. Significa cercare la storia dentro un oggetto, comprendere la mano dell’artigiano, riconoscere le tracce del tempo e distinguere ciò che è autentico da ciò che semplicemente appare tale.

È uno sguardo che richiede esperienza, ma anche sensibilità.

«Quello che possiedo non è mio»

Intanto lo stand continua a riempirsi. I visitatori si fermano, osservano, fanno domande. Le opere attirano lo sguardo.

Baratti non nasconde la propria soddisfazione, ma ancora una volta sposta il discorso dal possesso al valore culturale.

«Sono molto felice, perché le cose che sono qua non sono mie: appartengono alla collettività».

Una frase che sintetizza una vera filosofia di vita.

«Io le ho semplicemente in uso momentaneo. Loro sopravviveranno a me, come sono sopravvissute nei vari secoli».

L’antiquario si considera dunque un custode temporaneo. Il suo compito non sarebbe soltanto quello di acquistare, conservare o vendere, ma anche quello di promuovere la conoscenza e il senso della qualità della vita attraverso la bellezza.

Dall’antiquariato alla conoscenza dell’animo umano

Il percorso professionale di Baratti lo ha portato anche a collaborare come consulente tecnico-scientifico per istituzioni museali internazionali, tra cui la National Gallery di Washington e il Museo Nazionale di Varsavia.

Esperienze che considera importanti soprattutto per la possibilità di mettere le proprie conoscenze al servizio degli altri.

Ma la sua curiosità non riguarda soltanto gli oggetti.

Da sempre, racconta, è attratto dall’animo umano, dalle persone e dalle diverse possibilità di interpretare la realtà. E ricorda l'insegnamento del professor Cesare Uzzatti: vivere cercando di comprendere, senza giudicare gli altri, e imparare da ogni persona che incontriamo.

Un principio che Baratti collega alla ricerca della felicità.

«Ognuno di noi ha il dovere di andare alla ricerca della propria felicità».

«Io non lavoro, io gioco»

Quando gli viene chiesto cosa significhi essere mercante e collezionista d’arte, Baratti sorprende ancora una volta con una risposta fuori dagli schemi.

«Io non lavoro, io gioco».

Gioca con la vita, con la curiosità, con la possibilità di scoprire e conoscere.

Poi arriva una delle sue battute più personali: «So che le cose fondamentali nella vita sono tre: la salute, la salute e la salute. Tutto il resto un centimetro dopo».

L’amore, aggiunge, resta fondamentale, anche se ritiene difficile viverlo pienamente quando non si sta bene fisicamente.

È il suo modo ironico e insieme profondamente serio di riportare l'arte, la cultura e il lavoro alla dimensione più importante: quella dell'esistenza.

Firenze, la Toscana e il valore dell’incontro

Baratti si dichiara orgogliosamente toscano, anche se la sua attività lo porta a vivere e lavorare a Milano.

E allora perché tornare alla Biennale dell’Antiquariato di Firenze?

Non per una questione puramente economica, spiega, ma soprattutto per l'incontro.

Incontrare colleghi, storici dell’arte, studiosi e persone che condividono la stessa curiosità significa, per lui, continuare ad ampliare il proprio mondo.

Naturalmente esistono anche le necessità concrete: le spese, le bollette, i costi di gestione. È l'eterno equilibrio tra passione e dovere.

Ma alla fine, racconta Baratti, ciò che conta è la possibilità di continuare a confrontarsi e imparare.

Una memoria che attraversa anche il cinema

Nella conversazione emerge anche il ricordo di un celebre attore italiano, suo amico, con il quale condivise una serata a Milano.

Baratti racconta un episodio legato a Vittorio Gassman, ricordando una sua frase: «Per favore, mi fai ripartire dallo start?».

Un'immagine che torna nella memoria dell'antiquario e che diventa quasi una metafora dell'esistenza: il desiderio di poter ricominciare, tornare al punto di partenza e affrontare nuovamente il viaggio della vita.

«Dopo proverò a chiederglielo anch’io», conclude con ironia. «Ci incontreremo tutti dopo. Speriamo il più tardi possibile».

Le radici come unica strada verso il futuro

Prima di salutare, Giorgio Baratti lascia un ultimo pensiero.

Ed è forse quello che racchiude meglio l'intera conversazione.

«Non può esserci nessun futuro, nessun individuo, nessuna nazione senza attingere alle nostre radici».

Parole che, pronunciate all'interno di uno dei più importanti appuntamenti internazionali dedicati all’arte antica e all’antiquariato, assumono un significato particolare.

Perché conservare un mobile, un dipinto o un oggetto antico non significa soltanto proteggere qualcosa che appartiene al passato. Significa mantenere aperto un dialogo con ciò che siamo stati e, attraverso quella memoria, comprendere meglio ciò che potremmo diventare.

Alla Biennale di Palazzo Corsini, tra opere preziose e visitatori, Giorgio Baratti ricorda così una verità semplice e tutt'altro che scontata: la bellezza non ha bisogno di essere famosa per avere valore.

Ha bisogno di qualcuno che sappia riconoscerla.

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