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Meta description: Alla Biennale di Firenze, Marco Fossati racconta una galleria tra arte antica, moderna e disegno, dove ogni opera custodisce una storia da riscoprire.
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Biennale di Firenze, quando l’arte attraversa i secoli
La Biennale Internazionale dell’Antiquariato di Firenze non è soltanto una grande vetrina dedicata all’arte. È un luogo in cui epoche diverse si incontrano, dove un dipinto, un disegno o una scultura possono improvvisamente riportare lo sguardo indietro nel tempo.
Nel cuore di Firenze, all’interno dello storico Palazzo Corsini, Carla Cavicchini incontra Marco Fossati, storico dell’arte e assistente di galleria per Maurizio Nobile Fine Art di Bologna, per scoprire le opere scelte per questa importante rassegna.
Dalla pittura del Seicento alla scultura di Manzù
«Sono storico dell’arte», racconta Fossati, spiegando come la sua specializzazione si sia concentrata soprattutto sulla scultura e sulla pittura tra il Seicento e il Settecento, attività che porta avanti quotidianamente insieme a Maurizio Nobile.
Lo stand propone una selezione costruita intorno a un filo conduttore preciso: i ritratti e i volti. Una scelta capace di mettere in dialogo opere differenti e di mostrare, attraverso gli sguardi e le espressioni, quanto l'arte sappia raccontare l'essere umano.
Tra le opere presentate compaiono anche preziosi bozzetti preparatori e lavori su carta, tra cui un interessante studio attribuito a Cigoli, realizzato su carta stampata e databile intorno al 1603-1605.
Poi lo sguardo cambia epoca e incontra il Novecento.
Il pezzo di punta della selezione è una raffinata scultura di Giacomo Manzù, datata 1973, un busto di giapponese caratterizzato da quella sintesi di eleganza, intensità e sensibilità che rende immediatamente riconoscibile la ricerca dell’artista.
Firenze e il dialogo con l’arte del Novecento
La proposta non si ferma all’arte antica. La galleria presenta infatti anche alcune opere moderne, tra cui quelle di due importanti artisti fiorentini.
Da una parte Giovanni Colacicchi, rappresentato da uno splendido autoritratto del 1932. Dall’altra un raffinato vaso di Galileo Chini, decorato con un paesaggio lacustre dai toni cangianti, capace di passare dai rossi al turchese.
È un altro modo di raccontare la storia dell’arte: non attraverso confini rigidi, ma attraverso un dialogo continuo tra epoche, tecniche e sensibilità.
Il disegno come protagonista
Una parte dello stand è dedicata interamente al disegno, con una selezione di opere appartenenti a epoche e stili differenti, concentrata soprattutto tra Settecento e Ottocento.
È qui che il visitatore può cogliere forse più di ogni altro luogo la dimensione intima dell’arte. Il disegno nasce spesso come appunto, studio, ricerca. Ma proprio quella apparente immediatezza può trasformarlo in una testimonianza preziosa del processo creativo.
La selezione comprende inoltre un nucleo dedicato a Felice Giani, insieme ad altri fogli legati alla grande tradizione del disegno italiano.
E a Firenze, naturalmente, non può mancare il riferimento alla pittura fiorentina, con artisti come Lorenzo Lippi e Giovanni Martinelli, le cui opere continuano a suscitare particolare interesse tra il pubblico.
Una Biennale che lascia il segno
Ma come sta andando la manifestazione?
Alla vigilia dell’ultima giornata, il bilancio di Marco Fossati è positivo. «I primi giorni sono stati molto intensi, molto belli», racconta, sottolineando anche l’opportunità di incontrare nuove persone e di creare nuovi rapporti.
È, in fondo, una delle anime più autentiche delle grandi fiere d’arte: non soltanto acquistare o osservare, ma incontrare, confrontarsi, scoprire.
La Biennale di Firenze diventa così un punto di incontro tra collezionisti, studiosi, appassionati e professionisti, in un percorso nel quale l’arte antica continua a dialogare con quella moderna e contemporanea.
L’appuntamento è già rivolto al futuro. La galleria guarda infatti ai prossimi mesi, tra nuovi appuntamenti, mostre in sede ed eventi programmati verso la fine dell’anno.
Perché, quando si lavora con l’arte, una mostra non rappresenta mai davvero una conclusione. È piuttosto una tappa di un viaggio che continua.
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