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Alla Biennale Antiquariato di Firenze, a Palazzo Corsini tra i capolavori antichi, Flavio Gianassi racconta arte, collezionismo e mercato internazionale.
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Biennale Antiquariato Firenze: l’arte torna protagonista
Ci sono luoghi in cui l’arte non viene semplicemente esposta: viene raccontata, studiata e restituita alla memoria. È ciò che accade a Palazzo Corsini, nel cuore di Firenze, durante la Biennale Internazionale dell’Antiquariato di Firenze, uno degli appuntamenti più importanti del panorama italiano dedicato all’arte antica e al mercato internazionale.
È qui che Carla Cavicchini, per G-Channel Magazine TV di Torino, incontra Flavio Gianassi, antiquario proveniente da Londra e presente alla Biennale per la seconda edizione.
«È una bella mostra che si colloca tra i principali eventi legati al mondo dell’arte in Italia e, sicuramente, al mondo del mercato», racconta Gianassi.
La sua attività si muove infatti all’interno di un circuito internazionale di alto livello, che comprende anche appuntamenti come TEFAF Maastricht, riferimento mondiale per l’arte, l’antiquariato e il collezionismo.
Palazzo Corsini e la storia di Cleopatra
Tra le opere che catturano immediatamente l’attenzione c’è una Cleopatra di Domenico Puligo, artista fiorentino del primo Cinquecento.
La sua storia è strettamente legata proprio al luogo che oggi ospita la Biennale. L’opera proviene infatti dalla collezione del principe Tommaso Corsini ed era originariamente collocata a Palazzo Corsini.
Nel corso del tempo il dipinto passa in eredità alla figlia Beatrice Corsini Pandolfini e successivamente alla figlia di quest’ultima, la marchesa Paola Pochinova, per poi tornare temporaneamente nella sua sede storica.
Un ritorno che assume così un significato particolare: l'opera ritrova gli spazi ai quali era stata legata per generazioni e che ne avevano custodito la memoria.
Neri di Bicci e la tradizione della bottega fiorentina
Tra le opere presentate emerge inoltre quella di Neri di Bicci, artista appartenente a una delle più importanti dinastie artistiche fiorentine.
La sua vicenda professionale è documentata attraverso le Ricordanze, il prezioso diario di bottega nel quale l'artista annotava commissioni, lavori e informazioni relative alla propria attività.
Neri di Bicci appartiene alla terza generazione di una famiglia di artisti: il nonno era Lorenzo di Bicci, il padre Bicci di Lorenzo. Con Neri, la tradizione familiare attraversa il Quattrocento, continuando a raccontare quella straordinaria cultura artistica che ha reso Firenze uno dei centri fondamentali della storia dell’arte europea.
Il Cristo ligneo e la devozione medievale
Tra le opere che colpiscono maggiormente lo sguardo c’è anche un Cristo ligneo, legato alla tradizione delle croci processionali.
Si tratta di una croce dipinta sul fronte e sul retro, destinata alla devozione e alle processioni. L'opera viene ricondotta al Maestro di Fossa, con la collaborazione del Maestro dei Crocifissi d’Argento e del Maestro dei Calvari.
Siamo intorno alla metà del Trecento, in un’area compresa tra Spoleto e l’Abruzzo.
Davanti a questa scultura il tempo sembra rallentare. Il legno conserva ancora la forza di una devozione antica, ma anche la testimonianza di una cultura figurativa nella quale arte e spiritualità erano profondamente intrecciate.
Vincenzo Gemito e il volto del giovane Paolo Ricci
Dalla pittura e dalla scultura medievale si passa poi a un’opera completamente diversa: un bronzo di Vincenzo Gemito, realizzato a Napoli nel 1926.
Il soggetto è Paolo Ricci, giovane artista che aveva conosciuto Gemito quando aveva appena sedici o diciassette anni. Lo scultore, ormai anziano, lo aveva preso sotto la propria ala, trasmettendogli conoscenze e insegnamenti del mestiere.
Nel ritratto del 1926 Gemito restituisce l’immagine di un giovane artista attraverso dettagli che raccontano anche un’epoca: il volto, l’atteggiamento e quel caratteristico cerchietto con il cappello portato all’indietro.
È un ritratto che non racconta soltanto una persona, ma anche il rapporto tra maestro e allievo e la trasmissione di una cultura artistica.
Cesare Dandini e il musicista Bartolomeo Landini
A completare questo viaggio attraverso epoche e linguaggi è il ritratto di Bartolomeo Landini, musicista e violinista dell’epoca, realizzato da Cesare Dandini nella Firenze del Seicento.
Un altro volto, un’altra storia, un altro frammento di quella Firenze che per secoli ha trasformato l’arte in una parte essenziale della propria identità.
Ed è proprio questa stratificazione di storie a rendere la Biennale Antiquariato Firenze qualcosa di più di una semplice esposizione: ogni opera porta con sé una provenienza, una relazione, una memoria e un possibile nuovo capitolo.
Perché tornare alla Biennale dell’Antiquariato
Alla domanda sul perché tornare a Firenze, la risposta di Flavio Gianassi mette al centro un elemento fondamentale del mercato dell’arte: il confronto.
Essere presenti alla Biennale significa infatti incontrare potenziali nuovi collezionisti, ma anche confrontarsi con storici dell’arte, studiosi e professionisti che frequentano questo appuntamento internazionale.
«È una fiera importante», sottolinea Gianassi, spiegando come ogni edizione rappresenti anche un’occasione per verificare il proprio lavoro e guardare alle possibilità future.
Alla fine della 34ª Biennale Internazionale dell’Antiquariato di Firenze, il bilancio resta dunque positivo. Una manifestazione importante, con margini per continuare a crescere e migliorare, ma soprattutto capace di confermare il ruolo di Firenze come luogo privilegiato per chi cerca nell’arte non soltanto un valore economico, ma una storia da custodire.
Perché un’opera antica non è mai soltanto ciò che vediamo.
È ciò che ha attraversato il tempo per arrivare fino a noi.
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